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	<title>Societa’ e diritti | 4e-parent</title>
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	<description>EQUAL ENGAGED EARLY EMPATHETIC</description>
	<lastBuildDate>Mon, 24 Feb 2025 13:26:34 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Societa’ e diritti | 4e-parent</title>
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	<item>
		<title>Diritti tra congedi e lavoro</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/diritti-congedi-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Mengarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Nov 2024 10:40:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Podcast]]></category>
		<category><![CDATA[Societa’ e diritti]]></category>
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					<description><![CDATA[Abbiamo intervistato Sandro Gallittu, responsabile dell’Ufficio Nuovi Diritti della CGIL. Ci ha portato il suo punto di vista sullo stato delle coppie omogenitoriali, sulla necessità di congedi parentali paritari e sul ruolo del lavoro per una stabilità familiare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[Abbiamo intervistato Sandro Gallittu, responsabile dell’Ufficio Nuovi Diritti della CGIL. Ci ha portato il suo punto di vista sullo stato delle coppie omogenitoriali, sulla necessità di congedi parentali paritari e sul ruolo del lavoro per una stabilità familiare.]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Free lance: i genitori dimenticati</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/free-lance-i-genitori-dimenticati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Valsecchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Oct 2024 12:10:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Societa’ e diritti]]></category>
		<category><![CDATA[congedo di paternità]]></category>
		<category><![CDATA[papà]]></category>
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					<description><![CDATA[Sono sempre più numerosi in Italia lavoratori e lavoratrici indipendenti, cioè privi di un contratto di lavoro dipendente, pubblico o privato, a tempo determinato o indeterminato. Sono per lo più giovani uomini e donne, che si trovano proprio nella fascia di età in cui più spesso si pianifica una gravidanza. Eppure questa ampia platea di genitori e potenziali genitori è discriminata nell’accesso ai congedi previsti alla nascita di un figlio o di una figlia. Una denuncia presentata anche al convegno "Il tempo dei papà".]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono sempre più numerosi in Italia lavoratori e lavoratrici indipendenti, cioè privi di un contratto di lavoro dipendente, pubblico o privato, a tempo determinato o indeterminato. Sono per lo più giovani uomini e donne, che si trovano proprio nella fascia di età in cui più spesso si pianifica una gravidanza.<br />
Eppure, proprio in tempi in cui tante voci paventano le conseguenze catastrofiche della denatalità, questa ampia platea di genitori e potenziali genitori, già fragili per la precarietà della loro occupazione, è discriminata nell’accesso ai congedi previsti alla nascita di un figlio o di una figlia. E, soprattutto, sono discriminati i loro figli, che non possono godere appieno delle cure di entrambi i genitori fin dai primi giorni di vita nella stessa misura in cui ne godono i figli di genitori che sono lavoratori dipendenti.</p>
<p>Lo scorso 26 settembre, alla <a href="https://4e-parentproject.eu/guardiamo-alla-legge-di-bilancio-per-iniziare-davvero-a-estendere-i-congedi-per-i-padri/">conferenza</a> “Il tempo dei papà”, organizzata a Roma dal progetto 4e-parent, le istanze dei genitori free lance sono state illustrate da Federica Ciccariello, parte del consiglio direttivo di Acta, associazione che riunisce lavoratrici e lavoratori free lance.</p>
<p><strong>Congedi di maternità, paternità e parentali</strong></p>
<p>Quando si parla delle misure previste dallo Stato per la tutela della genitorialità – congedo obbligatorio di cinque mesi per le madri, di dieci giorni per i padri e congedi parentali – ci si riferisce a quelle destinate ai lavoratori dipendenti. Per tutti gli altri le condizioni sono eterogenee.</p>
<p>«Parlando del congedo di maternità, le lavoratrici autonome con partita Iva iscritte alla Gestione separata dell’Inps hanno diritto a cinque mesi con indennità all’80% come le lavoratrici dipendenti», spiega Ciccariello. «L’indennità, però, è calcolata sul reddito percepito nei 12 mesi precedenti l’inizio del congedo e, poiché si tratta di redditi non ancora dichiarati, l’Inps formula una stima al ribasso sul reddito pregresso dichiarato. L’ente, dunque, versa una somma inferiore all’80% della media del reddito che risulta dall’ultima dichiarazione disponibile. La lavoratrice può chiedere il conguaglio non appena sono disponibili le dichiarazioni di entrambi gli anni fiscali che rientrano nei 12 mesi precedenti al congedo. Il conguaglio, quindi, non viene versato automaticamente, ma deve essere richiesto attivamente dalla diretta interessata».</p>
<p>Le lavoratrici iscritte alla Cassa Artigiani e Commercianti dell’Inps hanno diritto al congedo di cinque mesi indennizzato all’80% solo se nell’anno precedente hanno versato i contributi minimi richiesti. Le free lance senza partita Iva, che lavorano in cessione dei diritti d’autore, non hanno diritto ad alcun congedo, ad alcuna indennità. A meno che non siano iscritte alla cassa di un Ordine professionale, nel qual caso fanno riferimento alle regole dello specifico ente.</p>
<p>«Il congedo obbligatorio di paternità, di dieci giorni con indennità al 100% della retribuzione, è previsto solo per i lavoratori dipendenti. Quelli indipendenti, che abbiano o meno partita Iva, e gli iscritti alla Cassa Artigiani e Commercianti non ne hanno diritto, a meno che non avvengano casi gravissimi che permettano al padre di accedere alle tutele previste per la madre, come morte prematura o grave infermità della madre o se affidatari esclusivi del minore», aggiunge Ciccariello.</p>
<p>Per quanto riguarda i congedi parentali, iscritte e iscritti alla Gestione Separata dell’Inps con partita Iva hanno diritto a tre mesi riservati alla madre, tre mesi riservati al padre e tre mesi da dividere tra i due. In totale la coppia genitoriale ha a disposizione nove mesi di congedo, di cui tre non trasferibili. Può usufruirne entro 12 anni dalla nascita e sono indennizzati al 30% del reddito medio giornaliero dei 12 mesi precedenti l&#8217;inizio del congedo, di cui probabilmente non sono disponibili le dichiarazioni al momento della richiesta. Il conguaglio deve essere richiesto attivamente dal lavoratore o dalla lavoratrice per ciascun periodo di congedo utilizzato.</p>
<p>Iscritti e iscritte alla Cassa Artigiani e Commercianti hanno diritto a soli tre mesi di congedo parentale in tutto, di cui può usufruire la madre o il padre o da dividere tra i due, che scadono entro l’anno di vita del bambino o della bambina. Infine, chi svolge una professione autonoma senza versare contributi ad alcuna cassa previdenziale è totalmente scoperto sul fronte tutele per la genitorialità. Ma non solo.</p>
<p><strong>Gli impegni di Acta</strong></p>
<p>«Oltre al trattamento evidentemente discriminatorio, lavoratori e lavoratrici indipendenti che aspirano a diventare genitori devono affrontare un carico di burocrazia non indifferente e spesso rinunciano a richiedere l’intero importo a cui avrebbero diritto per l’eccessiva complicazione delle pratiche e per la mancanza di chiarezza da parte degli enti erogatori», spiega Ciccariello. «Tanti che pure avrebbero diritto ai congedi parentali non li richiedono per questa ragione. Infatti la percentuale di lavoratori e lavoratrici indipendenti che vanno in congedo è nettamente inferiore a quella di lavoratori e lavoratrici dipendenti. Anche perché, a complicare le cose, l&#8217;Inps richiede l&#8217;astensione totale dal lavoro durante i periodi di congedo parentale».</p>
<p>Due sono gli impegni principali assunti da Acta: fornire ai propri associati informazioni utili e consulenze per organizzarsi al meglio quando la famiglia si allarga e, così come 4e-parent, sollecitare il governo ad adottare <a href="https://4e-parentproject.eu/wp-content/uploads/2024/10/PROPOSTA_CONGEDI_4E-PARENT_LeggeFinanziaria25.pdf">misure eque</a> per tutti i lavoratori. «Sul nostro sito pubblichiamo aggiornamenti su questo e altri temi importanti, come le indennità di malattia. Inoltre abbiamo attivato degli sportelli informativi», ricorda Ciccariello.</p>
<p>L’associazione partecipa a tavoli di lavoro del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e collabora con i sindacati per perorare le istanze di lavoratori e lavoratrici indipendenti.</p>
<p>«Condividiamo l’<a href="https://4e-parentproject.eu/advocacy/riforma-dei-congedi/">obiettivo</a> del progetto 4e-parent di favorire la condivisione della responsabilità e della cura tra i genitori. Al governo chiediamo di estendere anche ai padri free lance il congedo di paternità e quello genitoriale, calcolare il compenso sugli ultimi 24 mesi anziché sugli ultimi 12, una maggiore trasparenza delle procedure di calcolo, il versamento automatico del conguaglio delle indennità, l&#8217;eliminazione dell&#8217;obbligo di astensione dal lavoro nei periodi di congedo parentale, così da rendere possibile un congedo congiunto e non separato o alternato e promuovere la costruzione di una relazione a tre con il neonato», conclude la consigliera.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Educazione sessuale comprensiva:  anche per combattere gli stereotipi di genere</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/educazione-sessuale-comprensiva-anche-per-combattere-gli-stereotipi-di-genere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Valsecchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jul 2024 13:18:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Societa’ e diritti]]></category>
		<category><![CDATA[parità di genere]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[L'educazione sessuale comprensiva non si limita alle nozioni della fisiologia dei rapporti sessuali e alle precauzioni per prevenire gravidanze indesiderate e malattie a trasmissione sessuale, ma integra aspetti cognitivi, fisici, emotivi e sociali della sessualità, per fornire conoscenze e competenze che consentano per tutta la vita di aver cura della propria salute fisica e psicologica, del proprio benessere e sviluppare relazioni sociali e sessuali rispettose dei diritti di ogni persona coinvolta. I documenti dell'UNESCO, le linee guida italiane e la posizione del coordinamento genitori. 
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è grande fermento nella comunità scientifica italiana sul tema dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. In particolare sulla cosiddetta educazione sessuale comprensiva, che non si limita a un insegnamento nozionistico della fisiologia dei rapporti sessuali e delle precauzioni per prevenire gravidanze indesiderate e malattie a trasmissione sessuale, ma integra aspetti cognitivi, fisici, emotivi e sociali della sessualità, per fornire a bambini, bambine e adolescenti conoscenze e competenze che consentano loro per tutta la vita di aver cura della propria salute fisica e psicologica, del proprio benessere e sviluppare relazioni sociali e sessuali rispettose dei diritti di ogni persona coinvolta.</p>
<p>È questo l’approccio promosso dalle <a href="https://healtheducationresources.unesco.org/library/documents/international-technical-guidance-sexuality-education-evidence-informed-approach-0">linee guida</a> <em>“International technical guidance on sexuality education”</em> pubblicate nel 2018 dall’UNESCO ed è questo approccio che ispira due documenti pubblicati negli ultimi mesi in Italia dall’Ordine degli psicologi del Lazio e dal Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Gruppo CRC).</p>
<p>I testi includono indicazioni basate sull’evidenza scientifica per gli operatori del settore e la raccomandazione ai decisori politici di introdurre l’educazione sessuale e affettiva comprensiva nelle scuole di ogni ordine e grado con programmi strutturali, omogenei sul territorio nazionale e il coinvolgimento di personale qualificato.<br />
Oltre ai benefici per la salute individuale e collettiva, un’iniziativa di questo tipo promuoverebbe efficacemente un cambio di passo culturale verso la parità di genere e un modo diverso di vivere i rapporti interpersonali e familiari.</p>
<p><strong>L’Italia in ritardo</strong></p>
<p>È dal 1994, con la Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo del Cairo, che 179 Stati membri delle Nazioni Unite hanno convenuto sulla necessità di istituire nelle scuole programmi di educazione sessuale precoci e adeguati all’età, finalizzati alla consapevolezza e allo sviluppo autonomo di un processo decisionale e diretti a prevenire le disuguaglianze di genere. Nonostante le numerose proposte di legge, in Italia questa intenzione non è mai stata attuata.</p>
<p>La legge n.107 del 2015, nota come “Buona Scuola”, prevede l’inserimento dell’educazione alla sessualità nella programmazione didattica delle scuole italiane, per favorire la parità di genere e la prevenzione delle discriminazioni e della violenza. Al momento, però, nel nostro Paese non esiste un programma strutturale di educazione sessuale e affettiva.</p>
<p>Su 25 Paesi europei considerati nel <a href="https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000384494">rapporto UNESCO</a> <em>“Comprehensive Sexuality Education (CSE) Country Profiles”</em> del 2023, sono dieci quelli che hanno inserito l’insegnamento tra le materie scolastiche. In Italia appena un terzo degli istituti, per lo più scuole secondarie, ha attivato iniziative in tal senso, con una distribuzione eterogenea e limitata soprattutto alle Regioni settentrionali.<br />
Gli interventi, documentati da uno <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/14681811.2022.2134104">studio italiano</a> pubblicato nel 2022 nell’ambito del progetto EduForIST, sono in maggioranza incontri occasionali, focalizzati esclusivamente sulla prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle malattie a trasmissione sessuale.</p>
<p><strong>Le linee guida dell’Ordine degli psicologi del Lazio</strong></p>
<p>Per ribadire l’importanza di un approccio comprensivo alla materia, fornire agli operatori coinvolti indicazioni basate sull’evidenza scientifica e sollecitare i decisori politici, l’Ordine degli psicologi del Lazio ha pubblicato a marzo 2024 un <a href="https://ordinepsicologilazio.it/post/sessuo-affettiva-manuale">manuale</a> dal titolo “Educazione sessuo-affettiva nelle scuole primarie e secondarie – Linee guida di intervento”, realizzato in collaborazione con l’Ordine provinciale di Roma dei medici, chirurghi e odontoiatri, la Cattedra di psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale del Dipartimento di psicologia dinamica, clinica e salute dell’università Sapienza di Roma e la Cattedra di medicina sessuale del Dipartimento di medicina dei sistemi dell’università di Roma Tor Vergata.</p>
<p>«L’adolescenza è una fase cruciale dello sviluppo dell’individuo, in cui è particolarmente importante parlare di questi argomenti, ma un efficace programma educativo sulla sessualità e l’affettività non può essere limitato alle scuole secondarie», osserva Valentina Cosmi, psicologa dell’Ordine degli psicologi del Lazio, tra le autrici e gli autori del documento. «Ciascuno di noi nasce sessuato, la sessualità fa parte della nostra personalità per tutta la vita e in ogni fase dello sviluppo evolutivo. Ecco perché il nostro manuale è indirizzato alle scuole di ogni ordine e grado. Lo scopo dell’educazione sessuo-affettiva non è solo quello di proteggere dalle gravidanze indesiderate e dalle malattie a trasmissione sessuale, ma anche di combattere i pregiudizi di genere che producono discriminazione e violenza e limitano le relazioni interpersonali. Non esistono ruoli maschili e femminili predefiniti per natura. Che spetti alle madri e non ai padri il compito dell’accudimento di figli e figlie è una costruzione sociale e culturale, che viene tramandata di generazione in generazione fin dalla più tenera età: già alunni e alunne delle elementari distinguono con chiarezza “quello che fanno le mamme” da “quello che fanno i papà”.</p>
<p>Per spezzare questa catena bisogna agire prima, già dalla scuola dell’infanzia. Sappiamo che questa è un’operazione culturale guardata con sospetto da alcune famiglie, che temono invasioni improprie nel campo dei valori. È essenziale non creare una contrapposizione tra educatori e genitori, ma dialogare con tutti in uno spirito di inclusione delle diverse istanze e dei contributi culturali di ciascuno».</p>
<p><strong>Il documento del Gruppo CRC</strong></p>
<p>«L’educazione sessuale e affettiva è un diritto di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, legato ad altri diritti fondamentali: al diritto alla libertà, alla salute, alla dignità, alla libera manifestazione del pensiero e della personalità», osserva Laura Trucchia, membro del consiglio direttivo del Coordinamento genitori democratici, associazione parte del Gruppo CRC.</p>
<p>A maggio il Gruppo CRC ha pubblicato un <a href="https://gruppocrc.net/wp-content/uploads/2024/05/Educazione-allaffettivita-e-alla-sessualita-Gruppo-CRC_27.05.2024.pdf">documento di posizionamento</a> dal titolo “Educazione all’affettività e alla sessualità: perché è importante introdurre la Comprehensive Sexuality Education nelle scuole italiane”, per sollecitare il Parlamento ad approvare una legge che preveda l’inserimento dell’educazione all’affettività e alla sessualità rispettosa delle caratteristiche per età secondo quanto indicato dalle Linee guida UNESCO e dagli standard OMS, e quindi come un processo di apprendimento continuo al rispetto, al consenso, alla conoscenza e consapevolezza, allo sviluppo di atteggiamenti positivi verso di sé e gli altri, all’interno del percorso curricolare fin dalla scuola dell’infanzia. Il documento inoltre raccomanda al ministero dell’Istruzione e del Merito e al ministero della Salute di approvare in tempi brevi e pubblicare le “Linee di indirizzo nazionali per l’educazione all’affettività, alla sessualità e alla salute riproduttiva nelle scuole”.</p>
<p>«Quattro sono i pilastri del modello di educazione sessuale e effettiva proposto dall’UNESCO, che il testo del Gruppo CRC condivide: un approccio olistico alla sessualità, che comprenda l’ambito fisico, emotivo, cognitivo e sociale; la precocità degli interventi, fin dalle prime età della vita che lasciano una traccia profonda dentro di noi; il coinvolgimento dell’intera comunità educante e della rete dei servizi territoriali; infine l’universalismo, cioè un contesto inclusivo che offra a tutti e tutte le risorse per emanciparsi, realizzarsi e svilupparsi», afferma Monica Castagnetti, pedagogista del Centro per la salute del Bambino, parte del Gruppo CRC e partner del progetto 4e-parent.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Genitori davvero alla pari: ecco l’uovo di colombo per promuovere la natalità</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/genitori-davvero-alla-pari-ecco-luovo-di-colombo-per-promuovere-la-natalita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Valsecchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jun 2024 16:43:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Societa’ e diritti]]></category>
		<category><![CDATA[papà]]></category>
		<category><![CDATA[parità di genere]]></category>
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					<description><![CDATA[Per mettere le coppie in condizioni di appagare il proprio desiderio di genitorialità bisogna attivare politiche che favoriscano il riequilibrio dei divari di genere: a partire da congedi di genitorialità perfettamente paritari, integrati con politiche fiscali e dei servizi che ne rendano paritario l'utilizzo concreto. Purtroppo invece agli Stati generali della Natalità il tema cruciale del coinvolgimento dei padri nella cura di figli e figlie è comparso pochissimo e il carico di lavoro che grava sulle madri è rimasto il classico elefante nella stanza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Dall’anno dell’Unità d’Italia non sono mai nati così pochi bambini nel nostro Paese: appena 379 mila nel 2023! I giovani diminuiscono, aumentano gli anziani e il nostro sistema economico è in pericolo!”, sono gli slogan lanciati a Roma il 9 maggio scorso all’apertura degli <a href="https://www.statigeneralidellanatalita.it/">Stati Generali della Natalità</a>, evento organizzato dalla Fondazione per la Natalità, associazione legata al Forum delle Famiglie.</p>
<p>Per arginare il calo demografico, politici, giornalisti e dirigenti d’azienda che si sono alternati davanti alla platea nelle due giornate dell’incontro hanno proposto contributi economici per le famiglie numerose e misure per consentire alle mamme di conciliare il lavoro fuori casa con quello domestico e la cura della famiglia, perché, come ha specificato Luigi De Paolo, presidente della Fondazione per la Natalità, «non diciamo che le donne devono stare a casa e occuparsi dei figli. Hanno tutto il diritto di realizzarsi anche dal punto di vista professionale, ma devono essere messe nelle condizioni di conciliarlo con gli impegni domestici».</p>
<p>Pochissime voci sul palco degli Stati Generali della Natalità, come del resto sulla scena politica italiana, hanno citato i padri, l’opportunità del loro coinvolgimento nella cura di figli e figlie, di una equa ripartizione del lavoro domestico tra loro e le madri e di misure per la conciliazione tra lavoro e famiglia che riguardino anche gli uomini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’elefante nella stanza: il carico di lavoro femminile</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La natalità in Italia è in calo per diverse ragioni. Da decenni nei Paesi economicamente avvantaggiati, tra cui il nostro, è in atto una transizione demografica da un regime con molte nascite e molti decessi a uno con poche nascite e pochi decessi: la durata della vita media si allunga e di pari passo cala la natalità. C’è quindi una <a href="https://aidos.it/rapporto-unfpa-lo-stato-della-popolazione-nel-mondo-2018-il-potere-della-scelta-diritti-riproduttivi-e-transizione-demografica/">tendenza generale</a> a una diminuzione delle nascite nelle società più ricche in cui sono disponibili mezzi contraccettivi moderni, le donne hanno accesso all’istruzione e al mercato del lavoro e l’attesa di vita alla nascita è elevata. Oltre a questo fattore fisiologico comune a diversi Paesi, la denatalità in Italia è accentuata da una carenza strutturale di servizi per le famiglie, per esempio di nidi e scuole per l’infanzia di buona qualità gratuiti o a prezzi sostenibili.</p>
<p>C’è poi un’altra ragione per cui le donne sono scoraggiate dal proposito della maternità, una ragione che fa la parte dell’elefante nella stanza, tanto evidente a tutti quanto trascurata: il carico di lavoro femminile. Il nostro Paese è ancora caratterizzato da una prevalenza del modello di famiglia in cui il lavoro domestico e la cura di figli e figlie gravano per la maggior parte sulla partner femminile e la divisione disuguale del carico di lavoro ha un impatto negativo sulle intenzioni di fecondità.</p>
<p>Uno <a href="https://www.istat.it/it/files/2023/09/TANTURRI_MLetizia_SESSIONE-1_EV-6-OTT-23.pdf">studio del 2023</a>, ultimo di una serie di ricerche con risultati analoghi, evidenzia che all’aumentare del carico di lavoro femminile si riducono in modo significativo le intenzioni di avere il primo figlio per le donne senza figli.</p>
<p><strong>I padri chiedono di esserci</strong></p>
<p>Lo scorso 8 marzo nell’ambito dell’iniziativa <a href="https://www.corriere.it/obiettivo5-parita-di-genere/">Obiettivo5</a>, il campus di formazione per l’equità e l’inclusione organizzato dal Corriere della Sera e dall’Università La Sapienza di Roma, sono stati presentati i risultati di un sondaggio sulle aspettative riguardo la genitorialità condotto tra studenti e studentesse dell’ateneo.</p>
<p>Alla domanda “se pensi a te come genitore, che cosa ti preoccupa di più?”, accanto al timore di non avere abbastanza soldi per mantenere un figlio o una figlia e all’incertezza delle prospettive future, il 54% delle giovani e il 47% dei giovani interpellati ha manifestato la preoccupazione di non riuscire a trovare un lavoro che si concili col ruolo genitoriale. Inoltre, l’86% delle studentesse coinvolte ha dichiarato di ritenere difficile o molto difficile per una donna realizzarsi sia dal punto di vista professionale che da quello familiare.</p>
<p>«Da questi dati traspare un fortissimo desiderio dei giovani uomini, potenziali futuri padri, di esserci nella vita dei propri figli e figlie, di avere tempo da passare con loro», ha commentato la sociologa Annina Lubbock coinvolta nel progetto 4e-parent e intervenuta all’incontro, «un desiderio che oggi è difficile soddisfare a causa della prevalente cultura del lavoro per cui la donna prende i congedi di maternità e i congedi parentali, mentre l’uomo deve rimanere inchiodato al suo posto. Uno dei timori delle giovani donne quando pensano alla prospettiva della maternità è di non poter fare affidamento sulla condivisione del carico di lavoro con i partner, ma non perché gli uomini siano mal disposti nei confronti della paternità, piuttosto a causa della fortissima pressione che ricevono sul lavoro. In Italia alcune grandi aziende si stanno muovendo nella giusta direzione, garantendo ai loro dipendenti padri congedi generosi, mentre l’organizzazione delle piccole e medie imprese, che rappresentano il modello di azienda più diffuso nel nostro Paese, è ancora problematica da questo punto di vista».</p>
<p><strong>Genitori alla pari, cure da condividere</strong></p>
<p>Tornando agli slogan degli Stati Generali della Natalità, la ragione principale per cui oggi si invocano pubblicamente misure per incrementare le nascite in Italia è il timore che nei prossimi decenni lo sbilanciamento tra il numero di giovani contribuenti e quello delle persone anziane che usufruiscono della pensione porti al collasso il sistema previdenziale.</p>
<p>«È molto in voga la narrazione che vede le donne come risorse demografiche, fabbriche di nuovi contribuenti, per sostenere il sistema previdenziale e garantire il benessere economico futuro», si legge nel saggio <em>Genitori alla pari </em>(Feltrinelli, 2024) della demografa Alessandra Minello e dell’economista Tommaso Nannicini. «Difficilmente si troveranno coppie disposte a mettere al mondo un figlio per il bene della patria. Sappiamo, però, che nel nostro Paese le coppie non vengono messe nelle condizioni di appagare il loro desiderio di genitorialità ed è, invece, questo l’obiettivo al cui raggiungimento lo Stato dovrebbe ambire a contribuire, mettendo così al primo posto il benessere delle cittadine e dei cittadini».</p>
<p>In che modo favorire efficacemente la realizzazione del desiderio di genitorialità delle coppie? La soluzione prospettata nel saggio non è la conciliazione, ma la condivisione. «Conciliare significa tenere insieme il lavoro retribuito e quello di cura, ma facendo cadere la responsabilità del secondo solo sulle donne. Conciliare mette le madri al centro della responsabilità di gestire il benessere delle famiglie», prosegue il libro. «Condividere significa attribuire ai padri un ruolo attivo. Significa essere disposti in maniera paritaria alla cura. Ma la questione culturale non si risolvere senza sciogliere i nodi strutturali. Dobbiamo mettere in campo politiche che favoriscano il riequilibrio dei divari di genere, cambiando lo stato sociale e i modelli di organizzazione del lavoro. Questa rivoluzione ha bisogno di molteplici strumenti, al cuore dei quali si trova una pietra angolare: congedi di genitorialità perfettamente paritari, integrati con politiche fiscali e dei servizi che facciano sì che sia paritario anche il loro utilizzo concreto».</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Italia e Svezia a confronto: come si utilizzano i congedi parentali</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/italia-e-svezia-a-confronto-come-si-utilizzano-i-congedi-parentali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Valsecchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Feb 2024 14:50:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Societa’ e diritti]]></category>
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					<description><![CDATA[In che modo i papà dovrebbero impiegare il tempo dedicato al congedo? Se ne è discusso in Italia dopo una sentenza che ha reintegrato un papà licenziato perché nella giornata di congedo si era dedicato a fare la spesa. Ma anche in Svezia, si discute se concedere più flessibilità alle famiglie nell’organizzazione dei tempi, oppure regolamentare in modo più restrittivo i congedi per indirizzare le coppie verso una maggiore condivisione del lavoro di cura.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In che modo i papà dovrebbero impiegare il tempo dedicato al congedo? Se ne è discusso in Italia dopo una sentenza che ha reintegrato un papà licenziato perché nella giornata di congedo si era dedicato a fare la spesa. Ma anche in Svezia, si discute se concedere più flessibilità alle famiglie nell’organizzazione dei tempi, oppure regolamentare in modo più restrittivo i congedi per indirizzare le coppie verso una maggiore condivisione del lavoro di cura.</p>
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<p>Nel 2022, un uomo di Perugia, padre di una bimba di 2 anni, chiese e ottenne tre giorni di congedo parentale dall’azienda per cui lavorava. A seguito di indagini, il datore di lavoro scoprì che in quei tre giorni il dipendente, dopo avere accompagnato la figlia all’asilo, aveva fatto la spesa al supermercato e poi aveva trascorso il resto della giornata a casa. Quindi lo licenziò, obiettando che aveva usato in modo inappropriato il tempo del congedo. La notizia <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/02/01/papa-licenziato-per-avere-preso-tre-giorni-di-congedo-parentale-azienda-condannata-e-lavoratore-reintegrato/7430468/">recente</a> è che il giudice del lavoro di Perugia ha condannato l’azienda a reintegrare il dipendente licenziato e a disporre il pagamento delle mensilità perse e dei contributi, perché evidentemente il congedo serve a consentire ai padri di condividere tutte le incombenze della vita domestica, compresa la spesa al supermercato e la cura della casa mentre la figlia è all’asilo.</p>
<p>L’episodio è paradossale, ma tocca una questione che è oggetto di discussione anche nell’avanzatissima Svezia, dove l’astensione retribuita a disposizione dei padri esiste da 50 anni: in che modo i papà dovrebbero impiegare il tempo del congedo? È più proficuo che trascorrano un periodo prolungato a casa, a prendersi cura della prole al posto della madre che torna al lavoro, per acquisire competenze genitoriali in autonomia? Oppure che rimangano a casa in contemporanea con la partner, per accudire insieme il figlio o la figlia? Bisogna consentire la massima libertà di organizzazione alla coppia e alla famiglia, oppure indirizzarne le scelte obbligando i genitori a dividere in parti uguali la durata del congedo?</p>
<p><strong>Una lunga storia di parità di genere</strong></p>
<p>In Svezia <a href="https://www.iffs.se/media/1118/20051201134956filU8YIJLRAaC7u4FV7gUmy.pdf">è dal 1974 che i padri possono usufruire di un congedo parentale</a> adeguatamente retribuito e nel corso dei decenni è progressivamente aumentato il numero di giorni di astensione dal lavoro a disposizione di entrambi i genitori. Oggi sono complessivamente 480 giorni, di cui 90 destinati in esclusiva alla madre, 90 al padre e i rimanenti utilizzabili a discrezione della coppia. I due partner possono usufruire in contemporanea di 30 giorni. Nonostante le condizioni favorevoli, però, tuttora in media le madri si assentano dal lavoro più a lungo dei padri e a livello politico <a href="https://www.iffs.se/media/1118/20051201134956filU8YIJLRAaC7u4FV7gUmy.pdf">si discute</a> se concedere più flessibilità alle famiglie nell’organizzazione dei tempi oppure regolamentare in modo più restrittivo i congedi per indirizzare le coppie verso una maggiore condivisione del lavoro di cura.</p>
<p>«I Paesi del nord Europa hanno una lunga tradizione di parità di genere, che in Svezia è stata assecondata e favorita nel corso del tempo dai decisori politici con misure di welfare come il congedo parentale, servizi educativi economicamente accessibili, facilitazioni fiscali ed economiche per le famiglie numerose», osserva Alessandro Volta, pediatra della AUSL di Reggio Emilia. «Seppure i padri svedesi non condividono al 50% il congedo con le partner, parliamo comunque di percentuali elevate. Una situazione ben diversa da quella italiana, dove la percentuale di padri che usufruiscono del congedo parentale è molto bassa e gli stereotipi sulla divisione del lavoro in famiglia sono ancora fortemente radicati. Qui da noi c’è ancora molto lavoro da fare: per esempio, aumentare la retribuzione del genitore che si assenta dal lavoro, che al momento in Italia è appena del 30%, e poi offrire più servizi educativi di qualità a prezzi non proibitivi, prevedere delle facilitazioni economiche e fiscali per le famiglie con figli. Detto questo, credo che in Svezia, come pure in buona misura nel nostro Paese, si debba lasciare alle coppie la libertà di organizzarsi in funzione delle loro risorse, delle esigenze, delle condizioni lavorative di ciascun partner». (Per altre riflessioni sulle differenze tra l&#8217;Italia e Paesi europei, puoi ascoltare anche questo <a href="https://4eparent.substack.com/p/papa-tra-emancipazione-e-parita">podcast</a>).</p>
<p><strong>Tanti fattori in gioco nella questione dei congedi parentali</strong></p>
<p>«Quando pensiamo ai congedi parentali, abbiamo in mente come modello il congedo di maternità, che in Italia è obbligatorio e dura cinque mesi, da utilizzare senza interruzioni intorno al parto», prosegue Volta. «È utile garantire un periodo ininterrotto di astensione dal lavoro anche ai padri nella fase perinatale, quando la partner ha più bisogno della loro presenza per condividere l’accudimento. Col passare dei mesi, superato il momento più impegnativo, bisogna tener conto delle specifiche esigenze e delle risorse di cui dispone ogni famiglia. Ci sono i genitori che possono far ricorso all’assistenza di nonni e nonne (ascolta il <a href="https://4eparent.substack.com/p/accudire-i-nipoti-nonna-e-nonno-si#details">podcast</a>: “Nonna e nonno si raccontano), quelli che hanno accesso a una buona struttura per l’infanzia e chi invece non può contare su nessun aiuto. Ci sono occupazioni per cui bisogna stare fuori casa tutto il giorno, altre che consentono al padre e alla madre di alternarsi nelle cure parentali organizzando opportunamente i turni di lavoro. Per una madre continuare ad allattare alla ripresa del lavoro è difficile, ma a volte è fattibile, per esempio se lavora in un’azienda a conduzione familiare e può portare con sé il bambino o la bambina oppure dispone di un nido aziendale. Ci sono poi alcune professioni per cui prendere un congedo prolungato è un problema, anche in Svezia dove il congedo è ben retribuito, per esempio nei posti dove l’assenza rischia di far perdere clienti al genitore lavoratore. Ecco perché ritengo che i congedi debbano essere strumenti flessibili e si debba lasciare ogni famiglia libera di utilizzarli in funzione della propria situazione».</p>
<p><strong>Imparare a fare squadra tra mamma e papà</strong></p>
<p>Il papà che va a fare la spesa al supermercato o passa l’aspirapolvere in casa mentre il bambino o la bambina è con la mamma oppure all’asilo, sta collaborando alla gestione della vita familiare, uno degli obiettivi a cui mirano i congedi di paternità. «Sicuramente è importante che i padri facciano esperienza diretta di accudimento in autonomia, per sviluppare le proprie competenze genitoriali», dice Volta, “ma non è necessario che interagiscano in ogni momento con il figlio o la figlia, così come la madre in congedo nel corso della giornata si occupa di diverse incombenze. Ecco perché l’obiezione mossa al lavoratore di Perugia non era corretta. Inoltre, credo sia anche utile che madre e padre prendano contemporaneamente un periodo di congedo: così si affina la loro collaborazione, si costruisce il gioco di squadra e si rafforza l’alleanza genitoriale. La madre che rimane da sola a casa con il bimbo o la bimba tutto il giorno, senza avere contatti con altri adulti, corre un maggior rischio di depressione post partum e di burn out. Dettare in modo troppo rigido le regole di utilizzo dei congedi parentali è controproducente. Bisogna lavorare anche a livello culturale».</p>
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		<title>I papà in sala parto: ancora difficile farli rientrare</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/i-papa-in-sala-parto-ancora-difficile-farli-rientrare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Valsecchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Nov 2023 10:39:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Societa’ e diritti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://4e-parentproject.eu/?p=1588</guid>

					<description><![CDATA[Papà ammessi con fatica, considerati visitatori e non care giver, tenuti lontani dall’esperienza del travaglio e del parto insieme alle proprie compagne. La pandemia spesso ha peggiorato i pregiudizi nei loro confronti e tuttora è difficile invertire la tendenza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Papà ammessi con fatica, magari solo a partire dall’ultima fase del travaglio, o addirittura esclusi. Per un uomo prendere parte al travaglio e al parto, in accordo con la propria compagna, rimane tuttora una conquista e, se possibile, le cose sono addirittura peggiorate con l’arrivo di SARS-CoV-2.<br />
Agli esordi della pandemia, infatti, nei primi mesi del 2020, si sapeva poco o nulla delle modalità di trasmissione del virus SARS-CoV-2, in particolare della trasmissione da madre a figlio o figlia in gravidanza, durante il parto e l’allattamento. Le strutture ospedaliere erano aree a maggior rischio di contagio, i dispositivi di protezione individuali per il personale sanitario e per le persone ricoverate scarseggiavano, non erano disponibili test rapidi per la diagnosi dell’infezione, le esigenze di isolamento e distanziamento creavano disagi organizzativi. Le coppie che si sono trovate a portare a termine una gravidanza in quel periodo hanno vissuto situazioni molto stressanti. Per precauzione molti punti nascita hanno adottato misure fortemente restrittive: i neonati e le neonate sono state allontanate dalle madri subito dopo il parto, senza possibilità di contatto pelle a pelle e avvio precoce dell’allattamento, la pratica del rooming in è stata in alcuni casi sospesa, vietato l’accesso ai familiari in visita e i padri sono stati considerati come semplici visitatori, anziché curanti o caregiver, ed esclusi dalla sala parto.</p>
<p><strong>Lo studio</strong></p>
<p>A marzo del 2019, prima che l’infezione dilagasse, in media in alcune regioni il padre era presente nel 59% dei parti. Nel mese di aprile del 2020, nel pieno della prima ondata pandemica, la percentuale era calata al 50%, secondo uno <a href="https://epiprev.it/articoli_scientifici/breastfeeding-and-presence-of-the-companion-of-womans-choice-during-covid-19-pandemic-in-italy-regional-population-based-routine-data-and-best-practices-at-birth">studio sui flussi di dati correnti</a> (CeDAP) recentemente pubblicato sulla rivista Epidemiologia &amp; Prevenzione. «Una reazione di estrema precauzione era comprensibile all’epoca, considerato il caos e la scarsità di informazioni delle prime fasi della pandemia», osserva Angela Giusti, ricercatrice del Centro nazionale prevenzione delle malattie e promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità (CNAPPS-ISS), referente scientifica del Progetto 4e-parent e coautrice dello studio. «Già a partire dal mese di maggio del 2020, però, le conoscenze acquisite dalla comunità scientifica hanno consentito alle autorità internazionali e nazionali, tra cui l’Istituto Superiore di Sanità, di pubblicare raccomandazioni sull’assistenza alla gravidanza, al travaglio e al parto e sulla cura dei piccolissimi e delle piccolissime, raccomandazioni che ribadivano i vantaggi del contatto pelle a pelle tra madre e neonato o neonata, dell’avvio precoce dell’allattamento e della presenza di una persona di fiducia accanto alla partoriente durante il travaglio e il parto. Ciò nonostante, al 31 marzo del 2021, data conclusiva dell’analisi che abbiamo pubblicato, la presenza dei padri in sala parto non era tornata ai livelli pre-pandemici. Dovremmo esaminare dati più recenti per sapere che cosa è successo in seguito», continua Giusti.</p>
<p><strong>Un progresso ancora incompleto</strong></p>
<p>Da tempo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le società scientifiche del settore riconoscono i benefici della presenza in sala parto di una persona di fiducia della partoriente, soprattutto se questa persona è il padre: benefici a vantaggio del bambino o della bambina, di entrambi i genitori e del loro rapporto di coppia. Nel corso dei decenni, questa pratica si è progressivamente diffusa in Italia, ma non è stata recepita in modo uniforme su tutto il territorio nazionale e le sue modalità di applicazione possono cambiare da una struttura all’altra. Lo studio si basa sulle informazioni trasmesse da sei Regioni: Lombardia, Piemonte, Veneto, Toscana, Campania e Provincia Autonoma di Trento. A marzo del 2019, a fronte della media tra le regioni del 59%, le percentuali regionali dei padri presenti in sala parto variavano dall’85,1% della Provincia Autonoma di Trento al 30% della Campania. Nel pieno della prima ondata pandemica, la percentuale in Campania è scesa quasi a zero.<br />
«Inoltre, non sempre i padri venivano ammessi a stare con la partner fin dall’inizio del travaglio», aggiunge Francesca Zambri, ricercatrice del CNAPPS-ISS e coautrice della pubblicazione. «I dati su cui abbiamo lavorato provengono dai Certificati di Assistenza al Parto compilati dal personale sanitario, che riportano il padre come presente anche nei casi in cui gli viene consentito di entrare solo nell’ultima fase, per assistere alla nascita, non prima. Non abbiamo modo di distinguere le due diverse situazioni, ma dai racconti raccolti sul campo sappiamo che, soprattutto durante la pandemia, molti punti nascita hanno adottato questa pratica».<br />
L’ingresso del padre in sala parto solo quando il travaglio è già in fase espulsiva priva la partoriente del suo sostegno nelle lunghe ore precedenti e può essere controproducente per lui stesso. «Non ha l’opportunità di prepararsi alla nascita insieme alla partner in un ambiente intimo e raccolto. Se la trova davanti all’improvviso sofferente, circondata dal personale sanitario, in un momento di grande concitazione e non può esserle di grande aiuto, può solo assistere passivamente», spiega Giusti.</p>
<p><strong>Pregiudizi da contrastare</strong></p>
<p>Dopo i primi mesi di pandemia, è apparso evidente che il rischio di trasmissione del virus da madre al figlio o alla figlia nel corso del parto e le conseguenze per la sua salute nell’eventualità di contagio non giustificavano drastiche misure precauzionali come separare le madri dai propri figli o figlie o vietare l’accesso di una persona di fiducia della donna in sala parto. <a href="https://olympus.uniurb.it/images/covid-19/Rapporto_ISS_COVID-19_2_2021.pdf">Le raccomandazioni pubblicate dall’ISS</a> a maggio del 2020 e aggiornate poi nel febbraio del 2021 stabilivano quindi che fosse garantita la presenza di una persona di fiducia, asintomatica, accanto alla donna durante tutto il travaglio, il parto e la permanenza in ospedale. «Questa persona è a tutti gli effetti un caregiver e non un visitatore», si legge nel documento.<br />
Nonostante fossero molto chiare, queste indicazioni non sono sempre state applicate e tanti ospedali hanno continuato a escludere i padri dalla sala parto lasciando, di fatto, le donne da sole. Diversi fattori hanno condizionato la risposta delle strutture alle raccomandazioni dell’ISS: la riluttanza della dirigenza, le preoccupazioni per la sicurezza del personale, la rigidità dei protocolli di assistenza, i vincoli logistici. «Parlando con il personale, abbiamo potuto riscontrare la persistenza di alcuni pregiudizi nei confronti dei padri in sala parto: che siano impressionabili, di scarso aiuto e anzi di intralcio al lavoro», continua Angela Giusti. «Ovviamente, non è affatto vero e gli ospedali che aderiscono all’iniziativa dell’Unicef Ospedali Amici delle Bambine e dei Bambini ne sono la prova: anche durante la pandemia si sono impegnati a rispettare la fisiologia della nascita, a soddisfare le esigenze delle partorienti e a incoraggiare la partecipazione dei padri al travaglio e al parto, con <a href="https://annali.iss.it/index.php/anna/article/view/1439/837">ottimi risultati</a>. Per trarre il massimo beneficio dalla presenza dei padri bisogna creare le condizioni giuste per il loro coinvolgimento: informarli e rispondere alle loro domande, rispettare l’intimità della coppia, interferire il meno possibile, considerarli dei caregiver e non dei visitatori. Le strutture che mettono in atto questi accorgimenti sperimentano e riconoscono i vantaggi della presenza dei futuri papà in sala parto» completa Giusti.</p>
<p><strong>Un’esperienza di forte impatto</strong></p>
<p>La donna che non può fare affidamento su un caregiver dedicato sperimenta una situazione di isolamento sociale che di certo non giova al suo benessere e la espone a un maggior rischio di ansia e depressione post partum.<br />
La condivisione del travaglio e del parto con la propria partner è un’esperienza di forte impatto emotivo anche per i padri. Quelli intervistati da un <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s00404-020-05714-z">gruppo di ricerca tedesco</a> l’hanno descritta come un momento di svolta della loro vita relazionale, determinante per la loro identità di genitori. La maggior parte di loro ha riferito che la possibilità di aiutare e dare conforto alla partner durante il travaglio ha rafforzato l’intesa di coppia. Solo una piccola percentuale ha riportato un vissuto di stress e senso di impotenza di fronte alla sofferenza della compagna.<br />
Un <a href="https://pdf.sciencedirectassets.com/272597/1-s2.0-S0266613822X00089/1-s2.0-S0266613822001851/main.pdf?X-Amz-Security-Token=IQoJb3JpZ2luX2VjEOr%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FwEaCXVzLWVhc3QtMSJIMEYCIQD1QSKLqEiAIOM50Ra%2BmhpDAZqgIOpHaeNq7F0ElhEL9AIhALb%2BRqJ0puUDNZ3%2BlrNKNid0oXOleo3Sc23C55uQFMdJKrMFCEMQBRoMMDU5MDAzNTQ2ODY1IgwhyKeKYwwWmlav9fQqkAXfDzuJ5dhZr92Aquh%2F5ak4uWO%2BvMOPuyl552QHFu93a7yWKvkdFO61u%2B2%2BSYqqS9ABc6A4D4j28qGGPKli9AzlCY2H5%2Bii29mqYmpRi6tU4JFH91DBQAocEG4UT5jt7cWd0t8wo%2FuemaKB7uqDp2WFW%2Bqwgm8ucYUSUHU7%2FK86LLbCidmKFIhS0C5%2BiMqtj5SvehiD2XZov2XN%2BBA19lEclWMW%2FoTIqfbLrfbIfLhODt1WcG%2BXwbHdQSXr6pL9X4R%2FJ2IoqdaMHR7p9p904x4vEMfeu8svDzzvShIhc610W11YD8mTz0wbMPmiYvg17rVmb%2F1kx1NSBql%2BvtNwXKIKZ01h%2B6BcK1E1eZq1rqXowf%2BwzpZdisgFsefnJW6hYyID9vDWcuIi6ZVKk5dsAIryN2kQteHDwyo2jpXNVAgxw%2Faty5Cjw7pkIKhXShwyL2SeJmm1gbYBXnuw%2BNn30hfXQPZOYMOFOOroBKcm4vnAf5sIDDKZQCn1%2FpPUU5XbCdHhM6U9Q8mVf8ownmEkgtKey48GZ4ki65u1ikgih%2Bo7bbY3fXxNz1KDPWC%2FGqy88co6rVZfnGeS1%2FMw%2BG%2BmsH%2Fp0%2Bo9PVaMVbXdZ368zzhTLAcA1XqICb%2BcAaecopa1cG0i%2FKlgrzvkTEzPP5ygjxuvu7xO8zXwTXhbT9A5YgvRRPVqnwNX4caDGezxWDpu3bLwwvmn%2BLz7VQGd9KeE95KsfBRmsr737Xe7fsjRlsgLtGX1bRYBWMlSrWayYDVqmVvzao9rTErD73v5RTbd41YnWWNhkgADQAJ4mnh%2BhTbrfj7yFQil%2FJ21cmcXfU3TeS9EdglfDQGmHh62H2mwzGwP2vgv1KkTBICDyxpbrvLZODDGwPyqBjqwAY7m8dNkSUp7wf%2B28dbOaZPPeH1iwgz0tiFkR8Jg0SWXawsRS%2Bb65EKJA75%2FG3YZFrIil1fQKvFL0myLCCBXlWGiHzbASnNELqGl6tkNWy%2FmiwpFIIgwlD1hO4wDrQzuB5kKKI3kmRa3UCR2ko76apYDZqJ6J%2FUPlVDmM%2BC3JDy3VplKWulut%2BPQQxFm9aMfCO2DyfbeFQlVmSzI7wTgEI9qCQTthq%2FcUCx1hzu9OJM6&amp;X-Amz-Algorithm=AWS4-HMAC-SHA256&amp;X-Amz-Date=20231123T103137Z&amp;X-Amz-SignedHeaders=host&amp;X-Amz-Expires=300&amp;X-Amz-Credential=ASIAQ3PHCVTYY4PUEMUC%2F20231123%2Fus-east-1%2Fs3%2Faws4_request&amp;X-Amz-Signature=a4d70676ef71f35275e96b377ea4964a8d3a4d69076f8c7a0405a4a8550b084c&amp;hash=952f554bf916bc2df8b36e03bb320098c3caa036db7606547dab2c3d0a7a7e6d&amp;host=68042c943591013ac2b2430a89b270f6af2c76d8dfd086a07176afe7c76c2c61&amp;pii=S0266613822001851&amp;tid=spdf-b75cd04b-e841-4fc7-a171-3e5dd6b4a0f5&amp;sid=3d8e2c3228049245985adaa328ecb2174792gxrqb&amp;type=client&amp;tsoh=d3d3LnNjaWVuY2VkaXJlY3QuY29t&amp;ua=1e035e550f570004565705&amp;rr=82a8be56dd972675&amp;cc=de">altro gruppo, britannico</a>, ha raccolto i racconti di padri privati di questa esperienza a causa delle limitazioni imposte durante la pandemia. Hanno vissuto l’esclusione con rammarico per la perdita di memorie preziose, senso di isolamento, inutilità, distacco dalla gravidanza e timore di non riuscire a stabilire un legame di attaccamento saldo con il neonato o la neonata al rientro dall’ospedale.<br />
La circostanza della pandemia ha messo in luce con più evidenza quanto sia importante un’assistenza alla nascita rispettosa del benessere emotivo di tutte le persone coinvolte e inclusiva nei confronti dei padri.</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>1. F. Zambri, A. M. Nannavecchia et al., “Breastfeeding and presence of the companion of woman’s choice during COVID-19 pandemic in Italy: regional population-based routine data and best practices at birth”, Epidemiologia &amp; Prevenzione, 47 (2023), pp: 263-272</p>
<p>2. Rapporto ISS COVID-19 n. 2/2021, “Indicazioni ad interim per gravidanza, parto, allattamento e cura dei piccolissimi di 0-2 anni in risposta all’emergenza COVID-19”, 5 febbraio 2021</p>
<p>3. A. Giusti, E. M. Chapin et al., “Prevalence of breastfeeding and birth practices during the first wave of the COVID-19 pandemic within the Italian Baby- Friendly Hospital network. What have we learned?”, Annali dell’Istituto Superiore di Sanità, 58 (2022), pp: 100-108</p>
<p>4. L. C. Vischer, X. Heun et al., “Birth experience from the perspective of the fathers”, Archives of Gynecology and Obstetrics, 302 (2020), p: 1297-1303</p>
<p>5. K. Andrews, S. Ayers et al., “The experience of fathers during the covid-19 UK maternity care restrictions”, Midwifery, 113 (2022), https://doi.org/10.1016/j.midw.2022.103434</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Manovra e natalità: quanto aiuta un mese di congedo in più al 60%?</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/congedi-parentali-una-misura-destinata-a-incidere-poco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annina Lubbock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Oct 2023 10:08:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Societa’ e diritti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://4e-parentproject.eu/?p=989</guid>

					<description><![CDATA[Si sa, la coperta è stretta, ma con questo ulteriore intervento il governo rischia di perdere, una volta di più, l’occasione di incidere sull'ineguale distribuzione del lavoro domestico e di cura fra madri e padri.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ambito della manovra finanziaria per il 2024 il governo ha inserito l’aumento della retribuzione di un altro mese di congedo parentale (cioè il congedo che può essere utilizzato sia dalle mamme sia dai papà) dal 30 al 60%.<br />
La finanziaria dello scorso anno aveva già aumentato all’80% la retribuzione di un solo mese dei congedi parentali, mese usato principalmente dalle mamme. Si trattava quindi di un piccolo beneficio economico.</p>
<p>Si sa, la coperta finanziaria è stretta, ma con questo ulteriore intervento il governo rischia di perdere una volta di più l’occasione (semplice in verità) di dare il segno di un cambiamento strutturale, di incidere, o almeno di cominciare a farlo, sulla ineguale distribuzione del lavoro domestico e di cura fra madri e padri. Gli studi e la ricerca sociologica ci dicono da tempo che la distribuzione diseguale nel lavoro domestico è una delle cause della bassa occupazione femminile e della bassa fecondità. Lo ha confermato anche il recente convegno Istat: <a href="https://www.istat.it/it/archivio/287904">Un nuovo inizio? Fecondità e dinamiche familiari in Italia</a>.</p>
<p>La nuova misura non solo non cambia nulla di questo, con la sola eccezione del piccolo vantaggio economico, anzi, aumenta lo squilibrio già grande fra durata dei congedi per le mamme e per i papà.<br />
Ben diverso sarebbe portare la retribuzione di quel mese all’80% (soglia al di sotto della quale, come ci dice chiaramente l’esperienza europea, i padri non prendono i congedi), e riservarlo ai padri, magari accompagnandolo con una campagna di sensibilizzazione.<br />
Così, di colpo, si porterebbero i congedi fruibili dai papà da 10 a 30 giorni. Un cambio di passo importante.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Asili nido: soldi a singhiozzo</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/asili-nido-soldi-a-singhiozzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monia Torre]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jul 2023 10:51:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Societa’ e diritti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://4e-parentproject.eu/?p=722</guid>

					<description><![CDATA[Un’occasione preziosa da non sprecare. In questi termini si era parlato nei mesi passati dei fondi Pnrr stanziati per l’ampliamento dell’offerta di asili nido in Italia. Oltre un miliardo di euro per avvicinarci finalmente ai livelli definiti dall’Unione europea. Le preoccupazioni che in molti avevano mostrato si sono fatte sempre più concrete. L’ennesima scadenza slittata è stata quella del 30 giugno. Nel frattempo, la stampa che si sta occupando del tema ha rilevato due criticità non di poco conto: la riduzione degli obiettivi e la destinazione d’uso dei fondi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un’occasione preziosa da non sprecare. In questi termini si era parlato nei mesi passati dei fondi Pnrr stanziati per l’ampliamento dell’offerta di asili nido in Italia. Oltre un miliardo di euro per avvicinarci finalmente ai livelli definiti dall’Unione europea. Le preoccupazioni che in molti avevano mostrato, e di cui abbiamo parlato <a href="https://4e-parentproject.eu/fuori-dal-nido/">qui</a> a maggio, si sono fatte sempre più concrete. L’ennesima scadenza slittata – dopo le difficoltà delle amministrazioni a rispondere ai bandi &#8211; è stata quella del 30 giugno, quando si sarebbero dovute assegnare le gare d’appalto per la realizzazione degli asili nido ma allo scadere della quale mancava ancora <a href="https://www.fanpage.it/politica/come-il-governo-della-natalita-rischia-di-perdere-migliaia-di-posti-negli-asili-nido/">un quarto</a> delle aggiudicazioni.</p>
<p>Nel frattempo, la stampa che si sta occupando del tema ha rilevato due criticità non di poco conto: la riduzione degli obiettivi e la destinazione d’uso dei fondi.</p>
<p>All’interno del Pnrr l’obiettivo di nuovi posti da realizzare è passato da 264.480 – come indicato nel Piano al 31 dicembre 2022 e nella <a href="https://i2.res.24o.it/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2023/06/06/Pnrr%20relazione%20parti%20due%20e%20tre.pdf">relazione sullo stato di attuazione</a> del 31 maggio di quest’anno – a 228.000, come indicato nella <a href="https://www.italiadomani.gov.it/content/sogei-ng/it/it/il-piano/missioni-pnrr/istruzione-e-ricerca.html">versione aggiornata</a> del Pnrr. Secondo <a href="https://espresso.repubblica.it/economia/2023/07/05/news/pnrr_asili_nido-406701350/">l’Espresso</a>, la modifica potrebbe essere legata a un ricalcolo delle stime di posti realizzabili da parte dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, alla luce delle leggi regionali e dei fondi effettivamente assegnati. D’altra parte, a inizio giugno di rimodulazione degli obiettivi aveva parlato durante <a href="http://www.regioni.it/news/2023/06/05/legislatura-19a-aula-resoconto-stenografico-della-seduta-n-075-del-01062023-interrogazione-utilizzo-delle-risorse-del-pnrr-per-la-realizzazione-di-asili-nido-e-scuole-per-linfanzia-655008/">un’interrogazione parlamentare</a> il Ministro dell’Istruzione, Valditara, mettendola in relazione con l’aumento dei costi edilizi.</p>
<p>A questo si sono aggiunte le obiezioni avanzate, secondo la ricostruzione de <a href="https://ntplusentilocaliedilizia.ilsole24ore.com/art/asili-nido-rischio-fondi-pnrr-100mila-posti-AEdQwXwD?refresh_ce=1">Il Sole 24 ore,</a> dai tecnici della Commissione, che avrebbero posto il veto sull’utilizzo dei fondi per l’ampliamento di strutture esistenti. Tali osservazioni sarebbero state accolte con disappunto, dal momento che il Piano ha fatto da sempre riferimento a tali iniziative. La precisazione è arrivata il giorno successivo, attraverso una <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/07/04/caos-asili-nido-100mila-nuovi-posti-a-rischio-contestati-al-governo-parte-dei-progetti-del-pnrr-m5s-natalita-alle-parole-non-seguono-i-fatti/7217420/">nota stampa</a> di un portavoce della Commissione Ue che ha precisato che la creazione della nuova offerta «può avvenire attraverso la costruzione o la riqualificazione di asili nido, con l&#8217;obiettivo di aumentare i posti disponibili» e che «la Commissione sta lavorando a stretto contatto con l&#8217;Italia per garantire l&#8217;attuazione di questa importante misura».</p>
<p>Benché non sia stato possibile reperire i pareri originariamente sollevati dalla Commissione, si può pensare che punto dirimente – e ancora da sciogliere secondo <a href="https://ntplusentilocaliedilizia.ilsole24ore.com/art/asili-nido-apertura-bruxelles-ma-distanze-posti-finanziabili-AEPDpXxD">il Sole 24 ore</a> – sia il riferimento nella <a href="https://i2.res.24o.it/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2023/06/06/Pnrr%20relazione%20parti%20due%20e%20tre.pdf">relazione sullo stato di attuazione</a> all’utilizzo dei 700 milioni destinati a messa in sicurezza, ristrutturazione, riqualificazione di edifici di proprietà dei Comuni destinati non solo ad asili nido e a scuole dell&#8217;infanzia ma anche a centri polifunzionali per i servizi alla famiglia.</p>
<p>In Italia oggi l’offerta media di posti nido a disposizione è di 27,2 ogni 100 bimbe o bimbi sotto i 3 anni, a fronte dell’obiettivo europeo del 33%, recentemente portato al 45%. Oltre ad auspicare una distribuzione efficace ed equa dei fondi, c’è da sperare in una comunicazione più trasparente relativa alle decisioni e alle misure intraprese.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La ripartizione del lavoro domestico: al cuore della disuguaglianza di genere</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/la-ripartizione-del-lavoro-domestico-al-cuore-della-disuguaglianza-di-genere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Valsecchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jul 2023 10:34:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Societa’ e diritti]]></category>
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					<description><![CDATA[In Italia la cura della famiglia e della casa continua a gravare prevalentemente sulle spalle delle donne. Questa disparità condiziona pesantemente ogni aspetto della vita femminile: le relazioni sociali, la realizzazione professionale, l’indipendenza economica e i rapporti di potere all’interno della coppia e della famiglia. Un progresso c’è: passa attraverso l’impegno dei giovani padri coinvolti nella cura di figli e figlie, e attraverso la trasmissione di modelli culturali più equi alle nuove generazioni.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A fronte di un minimo aumento della durata del congedo obbligatorio di paternità, che nel 2022 è stato portato a 10 giorni, in Italia la cura della famiglia e della casa continua a gravare prevalentemente sulle spalle delle donne. Secondo l’<a href="https://www.istat.it/it/files/2019/05/ebook-I-tempi-della-vita-quotidiana.pdf">ultimo rapporto sull’argomento pubblicato dall’Istat</a>, nel nostro Paese le donne di età compresa tra 20 e 74 anni dedicano in media 5 ore e 9 minuti al giorno ai lavori domestici non retribuiti. Gli uomini 2 ore e 16 minuti al giorno. Questa disparità condiziona pesantemente ogni aspetto della vita femminile: le relazioni sociali, la realizzazione professionale, l’indipendenza economica e i rapporti di potere all’interno della coppia e della famiglia.<br />
Un progresso c’è, estremamente lento, ma misurabile. Passa attraverso l’impegno dei giovani padri coinvolti nella cura di figli e figlie, e attraverso la trasmissione di modelli culturali più equi alle nuove generazioni.</p>
<p><strong>Il lavoro invisibile</strong></p>
<p>Quando si parla di lavoro, di solito si intende quello retribuito, cioè quello di chi produce beni e servizi in cambio di un compenso economico. In ambito economico, solo da pochi anni si dedica maggiore attenzione al lavoro domestico non retribuito, cioè alla pulizia e manutenzione della casa, alla preparazione dei pasti, all’assistenza ai membri più fragili della famiglia come la prole minorenne, le persone anziane o quelle con disabilità. Per il rapporto dell’Istat, “un pasto da consumare e un alloggio in buone condizioni igieniche sono beni non comprimibili per la famiglia” e se non fossero i suoi stessi membri a occuparsi gratuitamente di queste incombenze, la famiglia dovrebbe far ricorso a personale retribuito. Il lavoro domestico, quindi, ha un suo valore economico, tradizionalmente sempre ignorato.<br />
Portare alla luce il lavoro invisibile permette di sommarlo a quello retribuito e valutare in modo realistico la suddivisione dei carichi nella famiglia. Secondo l’ultima rilevazione effettuata nel 2014, in Italia il 20,8% delle coppie si conforma al modello tradizionale in cui l’uomo è l’unico a svolgere lavoro retribuito, mentre la donna si occupa esclusivamente della cura della casa e della famiglia. Nel 20,4% delle coppie entrambi hanno un impiego a tempo pieno retribuito, nel 9,5% lui ha un lavoro retribuito a tempo pieno e lei un part time, nel 7,3% l’unica a svolgere lavoro retribuito è la donna. Ci sono poi le coppie di persone anziane in pensione e quelle in cui nessuno dei due partner ha un’occupazione retribuita. Misurando i carichi di lavoro totale nelle coppie di ciascun tipo si scopre che il modello più equilibrato quanto al numero medio di ore di lavoro quotidiane è quello tradizionale, che però è svantaggioso per la componente femminile per altri aspetti. Nelle situazioni in cui anche o solo la donna svolge lavoro retribuito, si registrano squilibri più o meno forti nel carico di lavoro complessivo, che sono massimi nelle coppie in cui la partner femminile è l’unica a percepire uno stipendio e in media si sobbarca anche più di metà del lavoro domestico. Questa evidente disuguaglianza è dovuta, secondo il rapporto dell’Istat, in parte alla resistenza degli uomini a condividere pienamente i carichi di lavoro familiare e in parte alla difficoltà delle donne ad abbandonare il ruolo di principale responsabile della cura di casa e famiglia.</p>
<p><strong>Una disuguaglianza che genera handicap economico e sociale</strong></p>
<p>Nelle coppie organizzate secondo il modello tradizionale che prevede una netta separazione dei ruoli, il carico di lavoro per la donna che si occupa della casa e della famiglia è solo leggermente superiore a quello retribuito dell’uomo, con una differenza media di appena sette minuti. A fronte di questo maggiore equilibrio nella ripartizione degli impegni, la donna risulta fortemente svantaggiata dal punto di vista economico, perché si trova ad essere del tutto dipendente dal partner per le sue necessità, e dal punto di vista sociale, a causa dello scarso valore attribuito dalla nostra società al lavoro domestico.<br />
Per la donna che svolge un’occupazione retribuita, il maggior carico di impegni familiari è un handicap che la rende meno appetibile per il mercato: la necessità di conciliare lavoro e famiglia è considerato un problema prettamente femminile.<br />
Ecco quindi che nella fascia d’età tra i 25 e i 44 anni l’occupazione retribuita femminile massima si registra tra le donne che vivono da sole, con una differenza di genere trascurabile. Col passaggio a una relazione di coppia senza prole, il tasso di occupazione femminile scende di 8,2 punti percentuali, mentre quello maschile sale di 7,6 punti percentuali, con una differenza di genere di 17,5 punti percentuali. Nelle coppie con prole il tasso medio di occupazione maschile non cambia rispetto alle coppie senza, mentre quello femminile cala drasticamente, portando il divario di genere a 33,1 punti percentuali. Detto in altre parole, sono tante le donne che lasciano il lavoro all’avvio di una relazione di coppia per occuparsi in esclusiva della casa e della famiglia e ancora di più sono quelle costrette a fare questo passo con la maternità.<br />
Va detto poi che <a href="https://www.censis.it/rapporto-annuale/56%C2%B0-rapporto-sulla-situazione-sociale-del-paese2022-0">una donna lavoratrice su tre</a> quando diventa madre passa da un’occupazione a tempo pieno al part time, scelta motivata nella maggior parte dei casi dalla mancanza di tempo per accudire la prole o altri membri della famiglia non autosufficienti. Un lavoro part time implica minori entrate, una perdita almeno parziale dell’indipendenza economica, minori possibilità di fare carriera e migliorare la propria posizione e si traduce nel tempo in una pensione più bassa. Non stupisce il fatto che solo il 25% degli imprenditori e solo il 27% dei dirigenti in Italia sia donna. In caso di rottura della relazione, poi, l’uomo si trova in una posizione lavorativa vantaggiosa rispetto alla ex partner: ha accumulato più esperienza, fatto più carriera, maturato una pensione più ricca.</p>
<p><strong>Una questione culturale</strong></p>
<p>Offrire alle famiglie servizi di qualità a prezzi accessibili per la cura di minorenni, persone anziane e con disabilità e strumenti per agevolare la conciliazione tra lavoro retribuito e incombenze domestiche di certo aiuterebbe a migliorare la situazione, ma occorre soprattutto un profondo cambiamento culturale per superare il divario di genere nella distribuzione del lavoro: bisogna infrangere stereotipi ancora dominanti nella nostra società, sia tra gli uomini che tra le donne.<br />
Secondo i risultati di un sondaggio pubblicati nel rapporto dell’Istat, il 54,1% degli intervistati di sesso maschile dichiara che per la famiglia è meglio che l’uomo si dedichi prevalentemente alle necessità economiche e la donna alla cura della casa. Il 53,7% ritiene di non essere in grado di svolgere i lavori domestici bene come le donne. Il 31,9% reputa che non sia giusto dividere a metà le incombenze domestiche anche se entrambi hanno un’occupazione retribuita a tempo pieno. Il 23,1% pensa che in caso di malattia di un figlio spetti alla madre assentarsi dal lavoro per assisterlo. Il 43,2% dichiara che il padre è meno capace della madre di prendersi cura dei figli piccoli.<br />
Le risposte delle donne intervistate non si discostano da questa linea: il 46,6% giudica positivamente il modello in cui l’uomo lavora fuori casa e la partner si occupa della cura di casa e famiglia, il 25,3% ritiene che non sia giusto dividere alla pari il lavoro domestico anche se entrambi i partner hanno un’occupazione retribuita a tempo pieno, il 20,6% pensa che spetti alla madre assentarsi dal lavoro per assistere un figlio ammalato, il 44% sostiene che il padre è meno capace della madre di occuparsi della cura di figli e figlie e il 58,8% pensa che gli uomini siano meno capaci delle donne di occuparsi della casa e della famiglia. La cultura alla base del divario di genere è introiettata dalle stesse donne.<br />
Gli stereotipi si fanno più deboli al crescere del livello di istruzione. Solo il 38,7% dei laureati e il 25,8% delle laureate è favorevole al modello tradizionale di famiglia con una separazione netta tra i ruoli. Il 76,4% dei laureati e l’82,4% delle laureate concordano sull’opportunità di dividere alla pari il lavoro di cura della casa e della famiglia. Tra i laureati, l’82,8% degli uomini e l’85,6% delle donne ritiene che sia giusto assentarsi a turno dal lavoro per assistere un figlio ammalato. Infine, il 64,7% degli uomini e il 68,3% delle donne sostiene che i padri sono altrettanto capaci delle madri di occuparsi della cura dei figli.<br />
Un fattore determinante nel perpetuarsi delle disuguaglianze è la trasmissione generazionale degli stereotipi. Fino agli 11 anni di età, bambini e bambine partecipano alla vita di famiglia con piccoli lavoretti, come ordinare i giocattoli o apparecchiare la tavola senza differenze di genere. Dopo gli 11 anni, il contributo chiesto alle ragazze cresce rapidamente rispetto a quello richiesto ai figli maschi. All’aumentare del tasso di scolarizzazione della madre, si riduce la differenza tra figli e figlie nella partecipazione al lavoro di cura della casa e della famiglia. Inoltre, il divario di genere nella divisione del lavoro domestico tra figli e figlie è inferiore se la madre ha un lavoro retribuito rispetto alle famiglie in cui la madre si dedica in esclusiva al lavoro di cura non retribuito.</p>
<p><strong>Il cambiamento passa per i giovani padri</strong></p>
<p>Il tempo erode gli stereotipi e, seppur lentamente, il divario di genere si sta progressivamente riducendo anche in Italia. Secondo i dati dell’ISTAT, tra il 2002 e il 2008 gli uomini in coppia hanno aumentato in media il loro impegno quotidiano nel lavoro domestico di un minuto ogni anno. Tra il 2008 e il 2014 è stata rilevata una accelerazione del processo: il tempo dedicato quotidianamente dagli uomini alla cura di casa e famiglia è aumentato di due minuti e mezzo all’anno.<br />
L’ambito in cui i partner maschili sembrano più propensi a collaborare è quello della cura dei figli minorenni, di cui si occupa quotidianamente il 46,8% dei padri a fronte del 73% delle madri. Tra coloro che se ne occupano ogni giorno, i padri trascorrono quotidianamente con i figli in media un’ora e 20 minuti, le madri un’ora e 44 minuti: il divario è molto più contenuto di quello relativo al tempo dedicato alla cura della casa. Sono positive anche le rilevazioni dell’Istat sul ricorso al congedo parentale facoltativo da parte dei padri. La percentuale di quelli che ne hanno usufruito è aumentata dal 15 al 21% tra il 2015 e il 2019. È sulla paternità consapevole, probabilmente, che si gioca la carta del cambiamento.</p>
<p>Bibliografia</p>
<p>Rapporto ISTAT 2019, “<a href="https://www.istat.it/it/files/2019/05/ebook-I-tempi-della-vita-quotidiana.pdf">I tempi della vita quotidiana. Lavoro, conciliazione, parità di genere e benessere soggettivo</a>”,</p>
<p>CENSIS, “<a href="https://www.censis.it/rapporto-annuale/56%C2%B0-rapporto-sulla-situazione-sociale-del-paese2022-0">56° Rapporto sulla situazione sociale del Paese</a>”, 2022</p>
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			</item>
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		<title>La pillola: genitori (più) consapevoli</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/la-pillola-genitori-piu-consapevoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlotta Cenci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Jun 2023 15:10:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Societa’ e diritti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://4e-parentproject.eu/?p=657</guid>

					<description><![CDATA[Una cattiveria. Una cattiveria contro le donne, non c’è dubbio, e il loro diritto di scelta. Ma a ben vedere anche contro i loro compagni, le famiglie e la società nel suo complesso. Il 24 maggio il Consiglio di amministrazione di AIFA ha rinviato la decisione sulla gratuità dei contraccettivi orali e chiesto maggiori approfondimenti. Ma i dati c’erano già tutti...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[Una cattiveria. Una cattiveria contro le donne, non c’è dubbio, e il loro diritto di scelta. Ma a ben vedere anche contro i loro compagni, le famiglie e la società nel suo complesso. Il 24 maggio il Consiglio di amministrazione di AIFA ha rinviato la decisione sulla gratuità dei contraccettivi orali e chiesto maggiori approfondimenti. Ma i dati c’erano già tutti...]]></content:encoded>
					
		
		
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