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	<title>Falsi miti e stereotipi | 4e-parent</title>
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	<description>EQUAL ENGAGED EARLY EMPATHETIC</description>
	<lastBuildDate>Mon, 24 Feb 2025 12:26:58 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Falsi miti e stereotipi | 4e-parent</title>
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	<item>
		<title>La lotta agli stereotipi di genere nelle scuole italiane: nessun programma organico</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/la-lotta-agli-stereotipi-di-genere-nelle-scuole-italiane-nessun-programma-organico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Valsecchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Apr 2024 16:07:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Falsi miti e stereotipi]]></category>
		<category><![CDATA[parità di genere]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[L’Italia è uno dei pochi paesi UE a non avere istituito programmi scolastici obbligatori di educazione all’affettività e contro le discriminazioni e la violenza di genere, benché la legge lo preveda. L’attuazione delle indicazioni è lasciata alla buona volontà di insegnanti e dirigenti della scuola, mentre non c’è una programmazione organica che affronti questi temi in funzione preventiva, iniziando con le classi di minore età, da dove è cruciale partire.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia è uno dei pochi paesi UE a non avere istituito programmi scolastici obbligatori di educazione all’affettività e contro le discriminazioni e la violenza di genere, benché la legge lo preveda. L’attuazione delle indicazioni è lasciata alla buona volontà di insegnanti e dirigenti della scuola, mentre non c’è una programmazione organica che affronti questi temi in funzione preventiva, iniziando con le classi di minore età, da dove è cruciale partire.</p>
<p>Le donne hanno una predisposizione naturale per la cura delle persone, gli uomini sono più portati per la competizione. Ecco perché spetta alle donne assistere bambini, anziani e fragili, in famiglia e nella società, mentre gli uomini sono inadatti e sprecati per queste mansioni. Si tratta, ovviamente, di uno stereotipo, ben radicato nella nostra cultura e dannoso per tutte le parti in gioco, perché limita le scelte di realizzazione personale e priva la società e le famiglie di risorse preziose. È uno stereotipo che viene inculcato fin dalla più tenera età, spesso involontariamente, con la proposta di modelli discriminanti, talvolta anche nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, che sarebbero invece la sede ideale dove attuare dei programmi di decostruzione degli stereotipi e offrire un’educazione basata sulla <a href="https://4e-parentproject.eu/ai-maschi-la-competizione-alle-femmine-la-cura-a-scuola-ancora-troppi-stereotipi-di-genere/">parità di genere</a>.</p>
<p><strong>Un compito lasciato alle associazioni</strong></p>
<p>L’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea a non avere istituito programmi scolastici obbligatori di educazione all’affettività, contro le discriminazioni e la violenza di genere. Tuttavia, la normativa non ignora la questione. La cosiddetta “legge della buona scuola”, la n.107 del 2015, prevede testualmente che nelle scuole di ogni ordine e grado vengano promosse “l’educazione alla parità dei sessi e la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”.</p>
<p>«L’attuazione di queste indicazioni, però, viene lasciata alla buona volontà di singoli insegnanti, educatrici o educatori che mostrano al riguardo una maggiore sensibilità», osserva Elena Fierli, esperta di editoria per l’infanzia che fa parte dell’Associazione Scosse e collabora con l’<a href="http://educarealledifferenze.it/">Associazione Nazionale Educare alle Differenze</a>, una rete che collega diverse organizzazioni impegnate su tutto il territorio italiano.</p>
<p>«Dal momento che nella programmazione scolastica non sono previsti spazi specifici da dedicare all’educazione affettiva e al rispetto delle differenze, spesso questi temi vengono affrontati nell’ambito di attività organizzate da enti e associazioni esterni alla scuola. Talvolta è la dirigenza stessa, su proposta di qualche insegnante, a contattare un’associazione sul territorio e pagare l’attività con i propri fondi. Talvolta invece le associazioni partecipano a bandi organizzati dal Ministero, dalle Regioni o dai Comuni. Di solito si tratta di bandi per il contrasto della violenza, del bullismo, oppure per la promozione della lettura nelle scuole. È raro che siano esplicitamente dedicati alla promozione dell’educazione al genere e alla lotta agli stereotipi, ma sono comunque una via d’accesso per introdurre questi temi. Va detto poi che spesso queste attività sono richieste nelle scuole secondarie o zone socialmente più fragili, dove si lavora per porre rimedio a situazioni già compromesse: stereotipi diffusi e già ben radicati, episodi di bullismo e atmosfera discriminatoria. È importante agire in questi casi, ovviamente, ma la questione dovrebbe essere affrontata in un’ottica di prevenzione e cambiamento culturale con i più piccoli, nella fascia 0-6 anni».</p>
<p>Che risposta c’è da parte delle famiglie a questo tipo di attività nelle scuole? «Se i genitori degli alunni manifestano qualche perplessità nei confronti dei programmi proposti, di solito si organizza un incontro con le famiglie per illustrare gli scopi e i metodi», spiega Fierli. «Nella maggior parte dei casi, facendo chiarezza i dubbi si dissolvono. Ci sono poi alcune famiglie che per ragioni politiche e culturali si oppongono all’educazione sul rispetto delle differenze di genere nelle scuole in maniera pregiudiziale, senza neppure conoscere i programmi. Sono poche, ma ben organizzate: hanno anche dei siti da cui possono scaricare modelli di lettere di diffida alla dirigenza della scuola. Sono una minoranza».</p>
<p><strong>Ai più piccoli serve l’esempio</strong></p>
<p>La fascia d’età da 0 a 6 anni, quella su cui il lavoro di educazione alla parità di genere sarebbe più proficuo, è di fatto la più trascurata da questo punto di vista nel nostro Paese.</p>
<p>«A bimbe e bimbi così piccoli non servono tanti discorsi e spiegazioni: hanno bisogno di buoni esempi e di rispetto della loro apertura mentale, perché dai loro giochi e dalle loro narrazioni è evidente che non hanno pregiudizi innati», osserva Daniele Chitti, ex dirigente dei servizi 0-6 del Comune di Imola e consigliere del <a href="https://grupponidiinfanzia.it/">Gruppo Nazionale di Studio Nidi e Infanzia</a>. «Ci vorrebbe innanzi tutto una presenza significativa maschile tra gli educatori dei nidi e delle scuole dell’infanzia, per offrire a bambini e bambine un modello maschile accudente al di fuori di quelli che trovano nella propria famiglia. Purtroppo in questo ambito il personale è quasi tutto femminile: una conseguenza degli stessi stereotipi che vogliamo combattere. Si potrebbero allora coinvolgere i padri di piccoli e piccole nelle attività delle scuole. E bisognerebbe lavorare sulla formazione di chi opera nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, perché spesso è carente su questi temi e l’aggiornamento è lasciato alla sensibilità personale. Per quanto riguarda l’intervento di associazioni esterne, dipende molto da quello che offre il territorio ed è variabile nelle diverse Regioni».</p>
<p>Anche l’atteggiamento delle famiglie nei confronti dell’educazione al rispetto di genere varia in funzione del contesto sociale locale. «Nei piccoli centri, dove vige una mentalità più tradizionale e c’è resistenza nei confronti delle novità, si incontra una maggiore diffidenza. Alcuni genitori temono che la decostruzione degli stereotipi sia un modo per incoraggiare l’omosessualità di bambini e bambine», dice lo psicologo, «e che le scuole li privino del diritto di trasmettere i propri valori culturali a figli e figlie. Si tratta ovviamente di timori infondati, su cui bisognerà lavorare per arrivare a un profondo cambiamento culturale».</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Ai maschi la competizione, alle femmine la cura: a scuola ancora troppi stereotipi di genere</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/ai-maschi-la-competizione-alle-femmine-la-cura-a-scuola-ancora-troppi-stereotipi-di-genere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Valsecchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 10:43:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Falsi miti e stereotipi]]></category>
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					<description><![CDATA[Dall’ultimo rapporto AlmaDiploma emerge come nell’educazione scolastica ed universitaria ancora resistano con forza stereotipi di genere, che vedono i maschi più orientati allo sport, al futuro professionale e alle discipline STEM, mentre le femmine alle professioni di educazione e cura. Differenze che si riflettono nell’attività professionale, che vede contratti part time o irregolari più diffusi tra le femmine, insieme a uno stipendio medio più basso di quello dei maschi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Gli stereotipi di genere condizionano le traiettorie educative delle nuove generazioni, poi quelle professionali, e infine riproducono se stessi nella società. La complessità di questo meccanismo di ricorrenza emerge con evidenza dai <a href="https://www.youtube.com/watch?v=fgSf6ggTp8c">dati presentati</a> a Roma il 29 febbraio scorso in occasione del <a href="https://www.almadiploma.it/info/almanews/01022024.aspx">XXI Convegno nazionale</a> di AlmaDiploma, ente senza scopo di lucro che riunisce 240 istituti scolastici in tutta Italia e li sostiene nelle attività di orientamento degli studenti tra le diverse offerte formative della scuola superiore e poi verso l’Università o il mondo del lavoro.<br />
Ogni anno, AlmaDiploma, in collaborazione con il Consorzio interuniversitario AlmaLaurea, pubblica un rapporto sulle scelte di indirizzo di studenti e studentesse che escono dalla scuola secondaria di primo grado e poi da quella di secondo grado, sulla soddisfazione riguardo alle scelte fatte e sulla situazione accademica o lavorativa a un anno e a tre anni dal diploma.</p>
<p><strong>Le differenze di genere pesano ancora molto: lo dicono i dati</strong></p>
<p>Tra i dati pubblicati, particolarmente interessanti sono quelli che riguardano le differenze di genere nel percorso scolastico, in quello accademico e in seguito nell’approccio al mondo del lavoro, illustrati al convegno da Elisa Giusti, docente di scuola superiore e membro del consiglio direttivo di AlmaDiploma.</p>
<p>«Su un campione di oltre 28mila diplomate e diplomati intervistati, la percentuale delle ragazze che hanno concluso gli studi superiori è risultata leggermente superiore a quella dei ragazzi, pari al 52,6%», ha spiegato Giusti. «La presenza femminile è maggiore nei licei, con un 62,8% di studentesse, e negli istituti professionali, con un 56,3%. Inferiore a quella maschile invece negli istituti tecnico-scientifici, con una percentuale di studentesse del 35,6%. Nel corso della carriera scolastica, le studentesse si mostrano in media più impegnate dei compagni maschi: il 37,3% delle ragazze contro il 16,1% dei ragazzi dedica allo studio più di 15 ore settimanali».</p>
<p>Passando alle attività extrascolastiche, le femmine si dedicano in maggioranza allo studio delle lingue, anche con soggiorni all’estero, alle attività culturali e a quelle di volontariato, mentre i maschi si dedicano in maggioranza allo sport, agli stage e alle esperienze lavorative.<br />
Le differenze continuano all’Università: «Superato il traguardo del diploma, manifesta l’intenzione di proseguire gli studi l’81% delle giovani contro il 64% dei maschi. A un anno di distanza, risulta effettivamente iscritto all’università il 76,3% delle diplomate contro il 62% dei diplomati. All’Università i settori in cui è preponderante la presenza femminile sono quelli dell’educazione e della formazione, della linguistica, medicina e farmacia. La presenza maschile è preponderante nei settori dell’ingegneria industriale, dell’informatica e dell’economia. Tra coloro che sono entrati nel mondo del lavoro, le donne manifestano una minore propensione alle trasferte e maggiore disponibilità al part time rispetto ai colleghi maschi. A tre anni dal diploma, i contratti a tempo determinato, il part time e il lavoro in assenza di contratto sono più diffusi tra le lavoratrici rispetto ai colleghi maschi, che godono di una maggiore percentuale di contratti a tempo indeterminato. La retribuzione media mensile per le lavoratrici impiegate a tempo pieno a 3 anni dal diploma è pari a 1323 euro, contro i 1483 euro dello stipendio mensile medio maschile».</p>
<p>Sono tutti dati che calzano a pennello con la rappresentazione stereotipata dei due generi: le ragazze più tranquille, studiose e sedentarie dei maschi, dedite al volontariato e alla cura degli altri, mentre i coetanei si dedicano maggiormente alla competizione sportiva e sono già proiettati verso la futura realizzazione professionale. L’educazione e l’assistenza alla salute sono ambiti prevalentemente femminili, contro le discipline STEM appannaggio maschile. Infine, una maggiore stabilità lavorativa e compensi più elevati per gli uomini, rispetto all’instabilità di contratti e condizioni di impiego per le donne, in vista del loro ruolo di madri e caregiver della famiglia.</p>
<p><strong>Bisogna spezzare il circolo vizioso degli stereotipi di genere</strong></p>
<p>«Per ottenere un cambiamento importante a livello culturale e sociale, bisogna intervenire a diversi livelli», ha osservato Angela Giusti, ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità e responsabile del coordinamento scientifico del progetto <em>4e-parent</em>, che ha preso parte al convegno con un intervento su questa specifica questione. «Bisogna decostruire gli stereotipi nelle scuole di ogni ordine e grado, per sostenere scelte di vita autonome dei giovani di ambo i sessi. È fondamentale, poi, promuovere l’istituzione di congedi parentali per i padri, perché possano partecipare alla cura di figli e figlie, con benefici documentati per tutti, e al tempo stesso liberare le partner dal ruolo stereotipato di caregiver designate, permettendo loro di dedicare più tempo al lavoro retribuito per migliorare la loro posizione professionale e superare il gender gap economico».</p>
<p>Angela Giusti ha evidenziato poi quanto l’educazione scolastica influisca sulla salute pubblica, attivando una serie di meccanismi a catena: «I genitori che hanno un titolo di studio più elevato, sia padri che madri, sono più propensi a leggere ad alta voce al loro bambini e bambine fin dai primi mesi di vita e l’esposizione precoce alla lettura produce dei benefici in termini di salute mentale», ha spiegato. «Inoltre, le madri che hanno un titolo di studio più elevato e un lavoro retribuito sono più propense ad allattare, una pratica che comporta innegabili benefici di salute. Sono ragioni in più per impegnarsi con interventi costruttivi nel settore dell’istruzione».</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Bambini che giocano con le bambole</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/bambini-che-giocano-con-le-bambole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Valsecchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Feb 2024 12:02:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Falsi miti e stereotipi]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli stereotipi di genere si formano prestissimo negli atteggiamenti di bambine e bambini, a partire dalle aspettative sociali e dai modelli proposti dalle persone adulte che hanno vicine. Lo mostra bene già nel 2017 un esperimento comunicativo della BBC. Oggi si può e si deve fare di più. &#160; Prima scena: «Guarda Sophie! Guarda questa!» [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Gli stereotipi di genere si formano prestissimo negli atteggiamenti di bambine e bambini, a partire dalle aspettative sociali e dai modelli proposti dalle persone adulte che hanno vicine. Lo mostra bene già nel 2017 un esperimento comunicativo della BBC. Oggi si può e si deve fare di più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prima scena: «Guarda Sophie! Guarda questa!» Una signora seduta su un tappeto porge una bambola rosa a una bimba bionda con un abitino a fiori. La piccola allunga la mano. Intorno a loro c’è una scelta di pupazzi, giochi a incastro, costruzioni, un triciclo rosso e un cavalluccio a dondolo. Seconda scena: sullo stesso tappeto, una giovane intrattiene un bambino con pantaloni e camicia a quadri blu. Lo solleva e lo mette a cavalcioni del triciclo «Dai Oliver! Vrum vrum! Bip bip!», poi passano al cavalluccio a dondolo. Poco dopo, Javid Abdelmoneim, medico britannico e presentatore di programmi sulla salute della BBC si rivolge alle due donne. «Se le dicessi che Sophie in realtà si chiama Edward?», «Se le svelassi che Oliver si chiama Marnie?»</p>
<p>Il piccolo esperimento proposto al pubblico del canale BBC2 nel 2017 e <a href="https://www.youtube.com/watch?v=nWu44AqF0iI">accessibile su Youtube</a> consiste nel vestire Edward con abiti femminili e Marnie con abiti maschili e coinvolgere adulti inconsapevoli incaricati di intrattenere i piccoli, di circa un anno d’età, con un assortimento di oggetti, alcuni tradizionalmente considerati giocattoli da bambino e altri da bambina. I due bimbi si comportano in modo prevedibile: un po’ intimiditi, ma divertiti, afferrano volentieri qualunque forma colorata entri nel loro campo visivo. Il comportamento interessante è quello dei volontari adulti, che offrono bambole e pupazzi morbidi alla presunta Sophie e robot, giochi a incastro, il triciclo e il cavalluccio al presunto Oliver e, quando scoprono il trucco, si stupiscono loro stessi delle scelte fatte. «Non pensavo di avere pregiudizi di questo tipo, è stato il mio subconscio a orientarmi», commentano al momento della rivelazione.</p>
<p><strong>Alle bambine l’empatia, ai bambini la competizione</strong></p>
<p>Uno degli stereotipi di genere più radicati nella nostra società è che le femmine abbiano una predisposizione innata a prendersi cura degli altri e ad accogliere empaticamente, mentre i maschi sarebbero innatamente portati alla competizione, al controllo dei sentimenti, alla fredda efficienza, una differenza che si concretizza più avanti negli anni nella rigida divisione dei ruoli familiari. Con la sua messa in scena, Abdelmoneim ci mostra che queste inclinazioni sono indotte precocemente nei bambini e nelle bambine dall’approccio degli adulti che si occupano di loro, dalla scelta dei giocattoli indirizzati a maschi e femmine. Ci mostra che spesso gli adulti ne sono inconsapevoli e si limitano a riproporre senza riflettere i condizionamenti culturali che loro stessi hanno ricevuto.</p>
<p>Il condizionamento precoce attecchisce rapidamente, come appare evidente <a href="https://www.youtube.com/watch?v=2DmUJcRrX48">dal seguito del documentario</a>, in cui il presentatore lavora con una classe di alunni e alunne di sette anni. Hanno già ben chiaro quello che la società di aspetta da loro e lo considerano naturale. Dopo alcune settimane in cui Abdelmoneim propone a tutti, indipendentemente dal genere, gli stessi giochi e le stesse attività, il cambiamento comincia a farsi strada e sul finale del documentario una mamma commenta soddisfatta che suo figlio è diventato molto più empatico.</p>
<p><strong>L’empatia non ha genere</strong></p>
<p>Bambini e bambine nascono entrambi con una forte predisposizione alla socializzazione (<a href="https://aidos.it/wp-content/uploads/2021/11/Mind-the-Gap_Guide_IT-WEB%C2%B0_compressed.pdf">vedi anche questo studio</a>). La loro sopravvivenza dipende letteralmente dalla possibilità di stabilire un rapporto di attaccamento con le persone adulte che si prendono cura di loro. Fin dai primi giorni di vita cercano lo sguardo dei genitori, rispondono ai loro stimoli e si impegnano a catturarne l’attenzione. Crescendo, entrambi sono attratti dalle bambole, su cui riproducono i gesti di cura che l’universo adulto riserva a loro. L’abitudine di separare attività e giocattoli in maschili e femminili comincia in famiglia, per poi proseguire al nido e nella scuola dell’infanzia e infine si struttura col passare degli anni. Negli ultimi tempi si è fatta ancor più netta per motivi commerciali: le aziende producono giocattoli e accessori per l’infanzia di colori diversi, con la prevalenza del rosa per le femmine e del blu per i maschi, i negozi distinguono reparti per bambini e reparti per bambine, cataloghi destinati all’uno o all’altro genere. Anche i programmi televisivi sono spesso differenziati e le pubblicità dei prodotti vengono inserite nel programma corrispondente. Così l’incomunicabilità viene esasperata e ciascuno dei due generi non entra neppure in contatto con quelli che si ritiene siano giochi adatti all’altro.</p>
<p>Tutti questi fattori contribuiscono a costruire un’immagine standard del bambino e della bambina che riflette le aspettative sociali nei loro confronti. I piccoli che non si adeguano sono percepiti come anomalie dai loro stessi pari. Le conquiste di parità tra i generi acquisite negli ultimi decenni fanno sì che oggi la pressione sociale nei confronti delle bambine che utilizzano giocattoli o svolgono attività considerate maschili è minore rispetto alla pressione sociale esercitata nei confronti dei maschi interessati ai giochi cosiddetti femminili: passi la piccola che gioca con il trenino, ma il bimbo che culla il bambolotto ancora è considerato proprio stonato.</p>
<p>Le conseguenze si riflettono sia nel campo lavorativo, sia nella vita familiare. Non solo c’è una netta minoranza di donne impegnate negli ambiti professionali tradizionalmente considerati maschili, ma scarseggiano gli uomini nei settori ritenuti più femminili, in particolare quello della cura delle persone. Le educatrici sono in numero preponderante rispetto agli <a href="https://www.youtube.com/watch?v=RQMuoMMZ2D0">educatori</a> dell’infanzia, così pure le insegnanti rispetto ai colleghi maschi. Assistenti sociali, caregiver di anziani e persone disabili, personale sanitario sono lavori in cui la presenza femminile supera di gran lunga quella maschile. Nella vita familiare, ancora oggi il lavoro di cura della casa, delle persone e in particolare dei figli poggia in modo asimmetrico sulle spalle delle donne e, in un circolo vizioso difficile da arrestare, il valore di queste incombenze viene sminuito.</p>
<p><strong>Che cosa si può fare</strong></p>
<p>La consapevolezza di quanto sia importante e, ormai, necessario intervenire con azioni volte a decostruire gli stereotipi di genere sostiene la realtà di progetti come 4e-parent cui l’Unione Europea dedica risorse. E, altrettanto, appaiono incoraggianti altre iniziative europee.</p>
<p>Lo stesso Consiglio d’Europa è fortemente consapevole dell’impatto negativo degli stereotipi di genere nell’educazione dell’infanzia, dell’importanza di demolirli per creare una nuova società in cui ciascun individuo, indipendentemente dal genere di appartenenza, abbia la possibilità di seguire le proprie aspirazioni e mettere a frutto le proprie competenze in campo professionale e nella vita privata. Il <a href="https://rm.coe.int/1680643799">documento</a> “Combating gender stereotypes and sexism in and through education” riassume le strategie promosse dalle istituzioni europee negli ultimi anni e messe in atto nei singoli Stati membri per perseguire questi scopi.</p>
<p>Particolarmente importanti sono le iniziative dedicate alla formazione del personale scolastico. In questo ambito rientra il manuale <a href="https://aidos.it/wp-content/uploads/2021/11/Mind-the-Gap_Guide_IT-WEB%C2%B0_compressed.pdf">“Mind the Gap. Costruire l’uguaglianza di genere in ambito educativo”</a>, redatto nell’ambito di un progetto europeo tra il 2021 e il 2022 da un consorzio di partner attivi in Italia, Spagna e Portogallo, coordinati dall’Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo (AIDOS). Il manuale raccoglie informazioni, spunti di riflessione e di autoanalisi e suggerimenti di attività educative per far emergere alla consapevolezza e decostruire gli stereotipi di genere.</p>
<p>«È indirizzato al personale della scuola primaria e secondaria e la sua pubblicazione è stata accompagnata da una serie di formazioni, che abbiamo tenuto di persona e da remoto a causa della pandemia, coinvolgendo nei tre Paesi quasi duemila insegnanti di scuola, educatori ed educatrici di sistemi non formali e studenti di corsi di laurea di Scienze dell’Educazione e della Formazione», spiega Valentina Fanelli, responsabile progetti di AIDOS. «Abbiamo riscontrato un grande interesse per questi temi e impegno a promuovere un cambiamento concreto. Alunni e alunne delle primarie e ancor più delle secondarie hanno un’età per cui sono già stati esposti per anni a una cultura intrisa di pregiudizi di genere. Il lavoro che il corpo insegnante è tenuto a fare in questo caso è di decostruzione di schemi mentali già formati. Alcuni contenuti del nostro manuale possono risultare utili anche a chi si occupa della prima infanzia nei nidi e nella scuola materna, anche se non sono pensati espressamente per loro. Un aspetto molto importante del lavoro di formazione che abbiamo svolto, e che riguarda chiunque, indipendentemente da ordine e grado della scuola dove opera, è la consapevolezza degli stereotipi che abbiamo interiorizzato. Ognuna e ognuno di noi, anche le persone più aperte e attente, è influenzato da idee preconcette, di cui a volte non siamo neanche consapevoli, che condizionano le nostre azioni e i nostri rapporti. Non è facile rendercene conto e non è facile ammetterlo. Portare alla luce questi automatismi è il primo passo essenziale per evitare di trasmetterli a piccoli e piccole».</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Prevenire la violenza contro le donne: indicazioni per la politica dall’ISTAT</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/prevenire-la-violenza-contro-le-donne-indicazioni-per-la-politica-dallistat/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annina Lubbock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Nov 2023 10:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Falsi miti e stereotipi]]></category>
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					<description><![CDATA[Del 22 novembre il convegno dell’ISTAT "La prevenzione della violenza contro le donne: stereotipi di genere, big data e strumenti per la valutazione del rischio." Dati e lavori del convegno consentono di ricavare indicazioni utili per le politiche.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si è tenuto il 22 novembre il convegno dell’ISTAT <em>La prevenzione della violenza contro le donne: stereotipi di genere, big data e strumenti per la valutazione del rischio</em> (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=BVdEE1UMXVE">qui</a> la registrazione).<br />
Partendo dalle evidenze di ricerca, si è parlato di prevenzione primaria e secondaria, di come i social raccontano la violenza, di percorsi scolastici per combattere gli stereotipi, dell’uso del linguaggio e di molto altro. Tema trasversale: il <a href="https://www.istat.it/it/files//2023/10/EV22nov23_Programma.pdf">superamento degli stereotipi</a>.<br />
La scheda di <a href="https://www.istat.it/it/files//2023/11/STAT_TODAY_Stereotipi.pdf">Statistiche Today</a> (Stereotipi di genere e immagine sociale della violenza) ci restituisce un quadro di cambiamenti culturali positivi, ma anche di persistenza degli stereotipi e delle credenze che costituiscono un humus per la violenza, alimentando le pulsioni maschili verso il possesso e il controllo. Dati e lavori del convegno consentono di ricavare indicazioni utili per le politiche. Innanzitutto, sono proprio i dati e le migliori evidenze scientifiche che possono indirizzare un’azione davvero utile a prevenire e contrastare la violenza contro le donne. Si possono – ce lo dicono le giuriste intervenute al convegno – ancora migliorare alcuni aspetti della normativa attuale relativi alla restrizione e alle pene, ma una politica solo penalistica non tocca le radici del problema, e rischia di essere inefficace anche per la prevenzione secondaria. Non ha senso poi limitare gli interventi alla sola scuola superiore perché gli stereotipi di genere che sanciscono le diseguaglianze arrivano molto prima, praticamente dalla nascita, come ha ricordato Giorgio Tamburlini nel suo articolo <em>Nella prima infanzia le radici della sopraffazione</em>, pubblicato su Avvenire il 21 novembre.<br />
Ma la questione di fondo resta la realizzazione di una effettiva eguaglianza di genere, e dunque l’autonomia economica e decisionale delle donne, e le trasformazioni culturali che portino uomini e donne, la società nel suo complesso, ad accettarla. Per questo servono politiche con obbiettivi chiari, sostanziati da risorse adeguate, misurabili e misurati.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ribaltare il paradigma: il lavoro di cura è un impegno che riguarda tutti</title>
		<link>https://4e-parentproject.eu/ribaltare-il-paradigma-il-lavoro-di-cura-e-un-impegno-che-riguarda-a-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Valsecchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Aug 2023 07:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Falsi miti e stereotipi]]></category>
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					<description><![CDATA[Oggi nella nostra società il lavoro di cura della casa, della famiglia, della prole, degli anziani e dei disabili è considerato un impegno di scarso valore. È un’occupazione spesso non retribuita o retribuita molto meno di tanti altri mestieri. Nelle famiglie se ne occupano per lo più le donne, gratuitamente, sacrificando così il tempo che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi nella nostra società il lavoro di cura della casa, della famiglia, della prole, degli anziani e dei disabili è considerato un impegno di scarso valore. È un’occupazione spesso non retribuita o retribuita molto meno di tanti altri mestieri. Nelle famiglie se ne occupano per lo più le donne, gratuitamente, sacrificando così il tempo che potrebbero dedicare a una carriera che garantisca loro un ritorno economico e a discapito del loro prestigio sociale. Le famiglie che se lo possono permettere delegano queste incombenze a personale pagato, spesso femminile e in condizioni economiche e sociali meno avvantaggiate. Si genera così un circolo vizioso difficile da spezzare: il lavoro di cura, svalutato, è considerato appannaggio naturale della donna, che così vede il proprio ruolo sociale svalutato. Si rafforza quindi l’idea che spetti alla donna, socialmente meno rilevante, un lavoro di scarso valore come quello di cura.<br />
Da decenni i movimenti per la parità di genere perseguono l’obiettivo di distribuire più equamente la cura della casa e della famiglia, così da garantire a uomini e donne pari opportunità di accesso al lavoro retribuito, all’indipendenza economica e al riconoscimento sociale. Un approccio promettente per accelerare il cambiamento è quello di ribaltare il paradigma e riconoscere che il lavoro di cura è in realtà un compito di grande valore, imprescindibile per il benessere dei singoli e della società, e che spetta per natura a tutti gli esseri umani.<br />
È l’approccio adottato da Equimundo: Center for Masculinities and Social Justice, organizzazione internazionale che lavora di concerto con le Nazioni Unite e decine di enti per la promozione sociale di tutto il mondo. “La cura è ciò che ci rende umani. Prenderci cura l’uno dell’altro e delle nostre famiglie è la risorsa che ci ha consentito di sopravvivere come specie. È l’unica risorsa che ci permetterà di sopravvivere e prosperare tra le tante crisi che il nostro mondo sta affrontando”. Queste parole riassumono il messaggio dell’ultimo rapporto pubblicato da Equimundo, “<a href="https://www.equimundo.org/wp-content/uploads/2023/07/State-of-the-Worlds-Fathers2023.pdf">State of the World’s Fathers: Centering care in a world in crisis</a>”, che traccia una panoramica a livello mondiale della distribuzione tra i partner del lavoro di cura genitoriale, dell’importanza che l’opinione pubblica attribuisce a questo compito e formula alcune raccomandazioni per incoraggiare concretamente il cambiamento di paradigma.</p>
<p><strong>Una panoramica mondiale</strong></p>
<p>Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ogni giorno nel mondo uomini e donne impegnano complessivamente 16 miliardi di ore nel lavoro non retribuito di cura della casa e della famiglia. L’incombenza poggia prevalentemente sulle spalle delle donne, che dedicano a questa attività da 3 a 7 volte il tempo che le dedicano gli uomini. La convinzione che questa distribuzione dei ruoli e dei carichi di lavoro sia giusta e “secondo natura” è ancora fortemente radicata in molte società. Un cambiamento si sta facendo strada, lentamente, un po’ ovunque, a partire dalla fascia della popolazione urbana economicamente e socialmente più avvantaggiata.<br />
Gli autori del rapporto di Equimundo hanno sottoposto a un sondaggio online 12 mila persone provenienti da 17 Paesi di continenti e livelli di sviluppo economico differenti. Per le modalità con cui è stato selezionato, il campione è rappresentativo del ceto urbano con livelli di istruzione e disponibilità economiche più elevati. Anche in questo gruppo la ripartizione del lavoro di cura è risultata sbilanciata, ma con un divario inferiore rispetto alla popolazione generale: è emerso che in media le donne dedicano alla casa appena il 36% del tempo in più rispetto ai partner, all’accudimento fisico di bambini e bambine il 32% in più e alle attività di gioco e sostegno della prole il 26% in più dei padri.<br />
Inoltre, a domande specifiche sulle convinzioni relative al lavoro di cura, la maggior parte delle donne e degli uomini interpellati ha risposto che è giusto condividere questo impegno in parti uguali, che una carriera professionale non impedisce a una donna di essere una buona madre e solo il 32% degli uomini e il 27% delle donne ha sostenuto che cambiare i pannolini, fare il bagnetto e dar da mangiare ai bambini è un compito prettamente femminile. I padri che hanno riferito di impegnarsi personalmente nella cura fisica ed emotiva della prole hanno espresso soddisfazione per il loro coinvolgimento nella vita familiare, una maggiore consapevolezza e capacità di esprimere le proprie emozioni.</p>
<p><strong>I benefici delle cure paterne</strong></p>
<p>La soddisfazione personale e il maggior equilibrio emotivo riferiti dai padri coinvolti in prima persona nella cura della prole trovano conferma nei risultati della ricerca scientifica. Come illustra il rapporto “<a href="https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/108571/E91129.pdf">Fatherhood and health outcomes in Europe</a>”, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2007, i padri che partecipano all’accudimento di figli e figlie e trascorrono tempo con loro arricchiscono il proprio patrimonio espressivo e comportamentale, sviluppano maggiore empatia e dichiarano di sentirsi più completi come persone. Inoltre tendono ad adottare stili di vita sani, a vantaggio della propria salute fisica e aspettativa di vita.<br />
D’altro canto, bambini e bambine che fin dalla più tenera età hanno potuto beneficiare della <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.1651-2227.2007.00572.x">partecipazione attiva dei padri</a> nel loro accudimento e nella loro educazione sono meno soggetti durante la crescita e in età adulta a depressione, iperattività, aggressività, sviluppano maggiore autostima, competenze relazionali e ottengono punteggi più elevati ai test per valutare le funzioni cognitive.<br />
Non tutti i partecipanti allo studio di Equimundo hanno riferito sentimenti positivi associati al lavoro di cura parentale. Una minoranza di padri e madri ha dichiarato di vivere con ansia, stress e preoccupazione il proprio ruolo, una condizione per lo più associata a difficoltà economiche e isolamento sociale: il lavoro di cura della famiglia pesa di più ai genitori che non possono condividerlo con altri familiari e a quelli che non possono permettersi di pagare un aiuto professionale, che si tratti di una baby sitter o della retta dell’asilo.<br />
Manifestano stress anche padri e madri che hanno problemi a conciliare la cura della famiglia con il lavoro, soprattutto quelli provenienti da Paesi in cui non sono previsti congedi di maternità e paternità adeguatamente retribuiti o, se previsti, sono troppo brevi.</p>
<p><strong>Le raccomandazioni per favorire il cambiamento</strong></p>
<p>Appurato dunque che il progresso economico e sociale è associato a una maggiore consapevolezza dell’importanza del lavoro di cura e disponibilità da parte degli uomini a condividerlo con le partner, quali azioni concrete possono accelerare questo positivo cambiamento? Quali ostacoli devono essere rimossi?<br />
Le raccomandazioni che concludono il rapporto di Equimundo riguardano diversi ambiti coinvolti nella questione. Innanzi tutto è necessario che i legislatori istituiscano congedi di maternità e paternità, di durata confrontabile e non trasferibili al partner, retribuiti in modo adeguato, così che per la famiglia le cure parentali non comportino una perdita economica significativa. In media gli uomini guadagnano più delle donne e se la coppia è costretta a sacrificare uno dei due stipendi per garantire cure alla prole, inevitabilmente la scelta cadrà su quello materno. Occorre poi provvedere assistenza di qualità a prezzi accessibili per bambini e bambine, a sostegno del lavoro di cura dei genitori. I servizi di assistenza sanitaria alla gravidanza devono moltiplicare gli sforzi per coinvolgere i futuri padri durante l’attesa, in occasione del parto e poi nel puerperio.<br />
Aziende e datori di lavoro privati devono adottare politiche per favorire la conciliazione tra impiego e famiglia non solo per le dipendenti madri ma anche per i padri, perché il “problema della conciliazione” non riguarda solo le donne ma entrambi i genitori, consentendo orari flessibili, lavoro a distanza e combattendo con decisione le discriminazioni e il mobbing.<br />
Bisogna promuovere il cambiamento a livello culturale con campagne di informazione e sensibilizzazione della popolazione generale e dei futuri genitori in particolare. Per sradicare gli stereotipi tossici, l’educazione all’empatia e al lavoro di cura deve iniziare a scuola, con quei programmi contro gli stereotipi di genere che oggi in Italia sono sempre più spesso sotto attacco di gruppi tradizionalisti. I produttori di giocattoli e i media devono proporre modelli positivi di uomini empatici e consapevoli delle proprie emozioni e di padri attenti, coinvolti e competenti nel lavoro di cura.<br />
Infine bisogna portare avanti il lavoro di ricerca e valutazione, continuando a misurare il divario di genere nella cura della casa, della famiglia, degli anziani e dei disabili per rilevare i cambiamenti e programmare interventi efficaci. È necessario vigilare sui movimenti di opinione che mirano a rafforzare pregiudizi e stereotipi per contrastare l’equità di genere ed è altrettanto necessario contrastare gli effetti delle crisi economiche e sociali, che comportano sempre dei passi indietro sulla via del progresso.</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>1. A. Sarkadi, R. Kristiansson et al, “Fathers’ involvement and children’s developmental outcomes: a systematic review of longitudinal studies”, Acta Paediatrica, 2007, DOI:10.1111/j.1651-2227.2007.00572.x</p>
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